mercoledì 14 febbraio 2018

Il giuramento di Strasburgo

Anno domini 842, nella città di Strasburgo finisce il nostro futuro. Il 14 febbraio Carlo II e Ludovico II, il Calvo e il Germanico, figli e fratelli di un Imperatore, si trovarono a Strasburgo pronunciando il giuramento con cui vanificarono gli sforzi del loro avo: l'Imperatore Carlo Magno e di tutti i grandi uomini della storia. Essi pronunciarono il primo giuramento in lingua romanza scritta della storia, un documento di importanza straordinaria. I due fratelli si giurarono fedeltà reciproca e che non avrebbero mai stretto alleanza con Lotario, loro fratello e Imperatore. Con questo giuramento Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico diedero vita alle due nazioni oggi conosciute come Francia e Germania, spezzando l'unità portata da Carlo Magno e dal loro padre Ludovico il Pio nei territori dell'ex Impero d'Occidente. 


Carlo il Calvo pronunciò il giuramento in alto tedesco antico, la lingua dei soldati di Ludovico e questi parlò in proto-francese in modo che gli uomini del fratello lo comprendessero.

I patti di Strasburgo:

[Antico francese:] “Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun saluament, d'ist di in auant, in quant Deus sauir et podir me dunat, si saluarai eo cist meon fradre Karlo, et in adiudha et in cadhuna cosa si cum om per dreit son fradra saluar dist, in o quid il mi altresi fazet. Et ab Ludher nul plaid nunquam prindrai qui meon uol cist meon fradre Karle in damno sit.” “Per l'amore di Dio e per il popolo cristiano e per la nostra comune salvezza, da qui in avanti, in quanto Dio mi concede sapere e potere, così aiuterò io questo mio fratello Carlo e in aiuto e in qualunque cosa, così come è giusto, per diritto, che si aiuti il proprio fratello, a patto ch'egli faccia altrettanto nei miei confronti, e con Lotario non prenderò mai alcun accordo che, per mia volontà, rechi danno a questo mio fratello Carlo.”

[Alto tedesco antico:]“In Godes minna ind in thes christines folches ind unsr bdhero gehaltniss, fon thesemo dage frammordes, sō fram sō mir Got gewizci indi mahd furgibit, sō haldih thesan mnan bruodher, sso man mit rehtu snan bruodher scal, in thiu thaz er mig sō sama duo, indi mit Ludheren in nohheiniu thing ne gegango, the mnan willon imo ce scadhen werdhn.”- “Per l'amore di Dio e del popolo cristiano e per la salvezza di entrambi, da oggi in poi, in quanto Dio mi concede sapere e potere, così aiuterò io questo mio fratello, così come è giusto, per diritto, che si aiuti il proprio fratello, a patto ch'egli faccia altrettanto nei miei confronti, e con Lotario non prenderò mai alcun accordo che, per mia volontà, possa recargli danno [a Ludovico].”

[Antico francese:] “Si Lodhuuigs sagrament quæ son fradre Karlo iurat, conseruat, et Carlus meos sendra, de suo part, non lostanit, si io returnar non l'int pois, ne io, ne neuls cui eo returnar int pois, in nulla aiudha contra Lodhuuuig nun li iu er.”- “Se Ludovico mantiene il giuramento fatto a Carlo, e Carlo, mio signore, da parte sua non lo mantiene, e se io non posso da ciò distoglierlo, né indurre qualcuno a farlo, non gli sarò di nessun aiuto contro Ludovico.”

[Alto tedesco antico:] "Oba Karl then eid, then er snemo bruodher Ludhuwge gesuor, geleistit, indi Ludhuwg mn hrro then er imo gesuor forbrihchit, ob ih inan es irwenden ne mag: noh ih noh thero nohhein, then ih es irwenden mag, widhar Karlo imo ce follusti ne wirdhit."- “Se Carlo mantiene il giuramento fatto a Ludovico, e Ludovico, mio signore, da parte sua rompe il giuramento che ha prestato, e se io non posso da ciò distoglierlo, né indurre qualcuno a farlo, non lo seguirò contro Carlo."


Così i due figli dell'Imperatore Ludovico il Pio, successore di Carlo Magno, divisero l'Impero d'Occidente ricostruito con tanta fatica e fecero tramontare ogni speranza di riunificazione della civiltà occidentale per migliaia di anni, tradendo il loro fratello e Imperatore, dando origine alla Francia, alla Germania e ai 1200 anni di conflitti e competizioni che ci danneggiano e ci dividono ancora oggi.
Come giudicare questo evento e le sue conseguenze?

La vera storia di San Valentino

San Valentino da Terni è forse uno dei santi più famosi del mondo, il protettore dei malati, degli epilettici ma soprattutto degli innamorati.

Nacque nel 176 d.C. da una nobile famiglia romana di Interamna (oggi Terni), si convertì al Cristianesimo nel 197, cosa che lo espose alle persecuzioni che l'Impero Romano praticava contro questa fede. Sembra che la sua famiglia fosse talmente prestigiosa da spingere l'Imperatore Claudio II il Gotico a chiedergli di rinnegare la cristianità e tornare ai culti tradizionali di Roma. Valentino si rifiutò e cercò di convertire l'Imperatore stesso. Invece di condannarlo a morte Claudio II graziò il nobile e lo affidò ad una famiglia nobile affinché venisse sorvegliato e rieducato, ma non funzionò, infatti Valentino continuò ad operare per la Cristianità e divenne anche vescovo di Terni.
Valentino venne arrestato di nuovo dall'Imperatore Aureliano, promotore del culto del Sol Invictus. Questa volta però Valentino non venne graziato ma condotto sulla via Flaminia, fuori città, per essere flagellato. La popolarità di Valentino era cresciuta così tanto che era considerato un pericolo per i culti tradizionali e gran parte della popolazione italica era sua simpatizzante.
Era il 14 febbraio del 273 quando Valentino venne flagellato sulla via Flaminia e infine decapitato, tutto avvenne di notte e di nascosto per evitare che i cittadini insorgessero in suo aiuto.
Secondo le fonti agiografiche l'aguzzino del santo si chiamava Furius Placidus e applicò la sentenza perché Valentino aveva celebrato in segreto un matrimonio tra il centurione Sabino e una giovane cristiana di nome Serapia, poco prima che entrambi morissero di malattia. Oltre a questo si parla di quando Valentino donò una grossa somma di denaro ad una fanciulla come dote per potersi sposare, una vicenda simile a quella di San Nicola. 
Per questi motivi Valentino è ricordato come il protettore degli innamorati, e la sua festività venne fissata il 14 febbraio (giorno della sua morte), per volontà di Papa Gelasio I nel 496 d.C., nello stesso periodo della festa romana dei Lupercalia, dedicata al dio della fertilità Luperco.
San Valentino è quindi una figura di grandissima importanza per la cultura occidentale, tanto che diversi condottieri e sovrani europei dopo la sua morte e la caduta dell'Impero, si ispiravano a lui e lo invocavano per garantire il successo delle proprie imprese.
Che questo giorno dedicato a lui e all'amore che difendeva sia di buon auspicio a chiunque si ispirerà a San Valentino e alla sua storia.

martedì 13 febbraio 2018

Carnevale, festa delle feste


 Tutti sanno cos'è il Carnevale, tutti lo festeggiano e si mascherano per essere liberi di fare baldoria quando arriva. Ma cos'è il Carnevale?
Di fatto è una festa che appartiene alla tradizione cristiana con origini molto antiche, simile a diverse tradizioni pagane (tra cui le dionisiache e i saturnali romani) che prevedevano un temporaneo rovesciamento dell'ordine costituito, un periodo caratterizzato da scherzi, festeggiamenti, in certi casi anche giochi d'azzardo e orge. Non ha una data fissa: il Carnevale si svolge il martedì precedente all'inizio della Quaresima, quando si tiene un tradizionale banchetto prima del periodo di digiuno. La parola Carnevale significa infatti "levare la carne" (carnem levare).
Nell'Europa cristiana il Carnevale si è diffuso sin dagli inizi del secondo millennio, a partire da Venezia.
Proprio nei registri storici di questa città compare il termine "carnevale". Il vocabolo viene usato per la prima volta in un documento ufficiale del Doge Vitale Falier nel 1094, riferito alle misure di sicurezza da prendere in vista dei festeggiamenti pubblici che precedevano l'inizio della Quaresima.
Ma il Carnevale diventa una vera e propria festa più di due secoli dopo il Doge Falier; nel 1296 il Senato della Repubblica di Venezia dichiarò festivo il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri concedendo alla popolazione il diritto di deridere pubblicamente le istituzioni pubbliche e l'aristocrazia. La Serenissima era infatti molto severa quando si trattava di ordine pubblico e rispetto delle istituzioni, quindi il Carnevale fungeva anche da sfogo per la popolazione che poteva dedicarsi totalmente ai festeggiamenti, ai balli e ai giochi.
 Le maschere della tradizione veneziana nacquero per garantire l'eliminazione delle differenze sociali, così si annullavano le gerarchie e chiunque poteva festeggiare e scherzare con chiunque.
In questo periodo un servo poteva incontrare per strada il Doge e far festa con lui, ridere con lui, ed entrambi si scambiavano il tradizionale saluto "Buongiorno signora Maschera" .
Le maschere e i costumi di Venezia si evolsero nel tempo in un commercio di grande successo, diffuso anche agli stranieri che venivano nella Serenissima per vivere il suo prestigioso Carnevale. Il 10 aprile del 1436 Venezia riconobbe ai produttori di maschere lo status di mestiere con uno statuto conservato presso l'Archivio di Stato.
Benché gli artigiani veneziani avessero sviluppato numerosi tipi di maschere sempre più complesse e ricche, la più diffusa e famosa resta la larva (nella foto), una maschera dotata di una forma particolare che permette di bere e mangiare senza mostrare la bocca, la sua forma modifica anche la voce. Quest'oggetto fa parte di un costume tradizionale detto Baùta, dove viene indossata con un tricorno e un mantello neri.
 Molti costumi come la Baùta fanno parte anche del teatro oltre che del Carnevale.
Quindi il Carnevale dava sfogo alla popolazione normalmente sottoposta ad un rigido protocollo e ad un codice di comportamento molto severo, ma questo evento portò presto alcuni cittadini a compiere degli abusi e ad approfittare delle feste e delle maschere per commettere rapine, omicidi, attentati e altro ancora. Per questo motivo la Serenissima dovette applicare delle norme per limitare i rischi di abusi o incidenti:

  • 1339: divieto di uscire di notte con le maschere;
  • 1458: viene vietato l'uso di maschere e costumi nei luoghi sacri;
  • 1703: non si possono usare maschere o costumi nelle case da gioco (nessuno sfugge ai propri creditori).
Oltre a questo vennero vietati i lunghi mantelli sotto cui si potevano nascondere delle armi, anche alle prostitute venne vietato portare maschere (le meretrici erano sempre tenute sotto stretto controllo per evitare la diffusione di pericolose malattie come la sifilide). La violazione di queste e altre norme significava mettere in pericolo la comunità e veniva punita con sanzioni, carcere e, in certi casi, alcuni anni d'esilio dalla Serenissima. C'erano anche delle eccezioni; nel 1776 venne vietato alle donne sposate di andare a teatro senza le maschere, così da proteggere la loro rispettabilità.
Innumerevoli sono le feste e le tradizioni pubbliche che caratterizzavano il Carnevale veneziano, una delle più famose nacque nel Cinquecento quando un giovane acrobata turco riuscì a camminare su una corda da una barca alla cella campanaria del Campanile di San Marco (98,6 metri), per poi scendere e fermarsi per rendere omaggio al Doge. L'evento fu così acclamato che venne organizzato e ripetuto anche negli anni successivi, con diverse modalità e varianti spettacolari svolte da acrobati che omaggiavano il Doge e ricevevano da questi una generosa ricompensa. Purtroppo nel 1759 l'acrobata di turno precipitò e questa tragedia spinse le autorità a sostituire gli atleti con una colombina di legno fatta scendere dal Campanile alla laguna. Così il Volo dell'Angelo divenne il Volo della Colombina.
Nel 1797 tutto questo finì.
 Napoleone Bonaparte invase la Serenissima e conquistò Venezia ponendo fine alla millenaria Repubblica, uno degli Stati più longevi della storia. Quando la città fu venduta agli Asburgo essi mantennero gli ordini di Napoleone che proibivano i festeggiamenti, le maschere e i costumi tranne che nelle feste private nei palazzi, al Teatro la Fenice e al Ballo della Cavalchina. Privati della possibilità di esprimere le loro gioie e le loro arti nella festa più amata, i Veneziani persero lo spirito carnevalesco e la festa scomparì dai loro cuori ma non dalle loro memorie.
Nel 1979 però il Comune di Venezia, la Biennale e il Teatro la Fenice, insieme a diverse associazioni di cittadini, rievocatori ed enti turistici, ridettero vita alla tradizione e riportarono in auge il Carnevale di Venezia anche presso gli stranieri.
Malgrado il tempo e le differenze con il passato il Carnevale di Venezia è tornato ad infiammare i cuori e gli spiriti non solo dei Veneziani, ma anche di moltissime altre genti in tutto il mondo.
Oggi è una festa davvero notevole, un evento turistico che si svolge di Martedì Grasso, restituendo almeno in parte a Venezia gli antichi splendori.

sabato 6 gennaio 2018

L'Epifania che ogni festa porta via

È l'Epifania, giunge dodici giorni dopo il Natale, pone fine a tutte le festività, deriva dal greco epifàino (mi manifesto) e si riferisce alla manifestazione divina.
Già nell'antica Grecia il termine Epifania indicava appunto la manifestazione di una divinità, nel 150 d.C. i Cristiani di Alessandria festeggiavano la nascita di Cristo in questo periodo (6 gennaio), sia come il momento della nascita che della manifestazione di Cristo nel mondo.
Nel III secolo l'Epifania raccoglieva i tre segni della presentazione di Cristo: 
Adorazione dei Magi, battesimo di Gesù nel Giordano e il primo miracolo di Cana. 
Tra il 300 e il 400 d.C. la celebrazione della nascita di Cristo passò dal 6 gennaio al 25 dicembre, anche grazie all'attività di Giovanni Crisostomo, passando in questa data il ricordo dell'adorazione del bambino da parte dei Magi e la consegna dei doni nella dodicesima notte dopo il Natale.
Fissare una data per le festività venne reso più difficile anche dalla differenze tra calendario giuliano e gregoriano entrato in vigore in Europa nel 1582, ma il giorno dell'Epifania rimaneva sempre il 6 gennaio.
Ancora oggi i Cristiani Ortodossi celebrano il Natale del Signore tra il 6 e il 7 gennaio e l'Epifania il 19 chiamandola Teofonia (manifestazione di Dio).
Oggi in Italia c'è una figura particolare legata a questa festività, uno dei personaggi più amati della cultura italiana: la Befana.
Derivata da divinità femminili pagane votate a riportare la fertilità ai campi durante l'inverno, la Befana ha avuto una storia molto complessa. Romani, Celti e Germani offrono leggende che potrebbero essere considerate la fonte di questa figura e che mostrano dei tratti comuni con essa; Diana propiziatrice, Sàtia che porta sazietà, le ancelle di Giano e Gaia che volavano sui campi nelle notti di gennaio per fertilizzarli in attesa dei periodi di semina e raccolta, la bestiale Berchta austriaca e molte altre.
Nel Medioevo la Befana venne spogliata di tutte le sue connotazioni pagane e negative mostrando la figura che conosciamo oggi: una vecchietta simile ad una strega, dotata di poteri paragonabili a quelli di una strega, ma completamente diversa. È affettuosa, generosa e la sua scopa volante è un antico simbolo di purificazione delle anime e dei campi in vista della bella stagione. Persino il regime fascista cercò di strumentalizzare la Befana e di renderla uno strumento di propaganda, ma dopo la caduta della dittatura essa riprese il suo ruolo di portatrice di un momento di gioia.
Secondo una leggenda proprio i Magi, in viaggio verso Betlemme, incontrarono l'anziana signora e le chiesero indicazioni. Essi le offrirono di seguirli per portare dei regali al Bambin Gesù, ma ella declinò l'offerta, poco dopo però si pentì di questa decisione e preparò un cestino di dolci da dare in regalo a Gesù. Da allora essa, dodici giorni dopo il Natale, viaggia ovunque a portare i suoi doni a tutti i bambini nella speranza che tra di loro ci sia il piccolo Re.

Viene di notte, silenziosa e gentile, porta i saluti e gli auguri più cari, dodici giorni dopo il Natale per porre fine e inizio a tutte le feste. 
Buona Epifania Lettor!


domenica 10 dicembre 2017

L'energia del vapore nell'Impero Romano

Erone di Alessandria, è uno di quei nomi che dovrebbero venire in mente quando si pensa alla parola genio.
Non si sa esattamente quando è nato, senza dubbio è stato durante il I secolo d.C. Di origine greca insegnò materie tecniche presso il Museo di Alessandria, all'epoca uno dei luoghi di sapere e insegnamento più prestigiosi del mondo. 
Un tipo che sapeva di cosa parlava quindi.
Erone era un attento studioso di Archimede e di Euclide da cui trasse notevole ispirazione. Egli stesso fu autore di diversi trattati sulla matematica, la geometria e la meccanica in cui illustrava dei brillanti metodi di misurazione. Qui sotto la "formula di Erone", necessaria per determinare l'area di un triangolo in funzione dei suoi lati.
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Ha lasciato anche delle descrizioni molto dettagliate e sbalorditive sulla costruzione di macchine da guerra, su come misurare la distanza tra Roma e Alessandria basandosi sulle ore locali in cui è stata osservata un'eclissi lunare e anche sulla costruzione di automi. Sì, esatto: macchine autonome che Erone aveva ideato per eseguire, senza partecipazione umana, uno spettacolo di dieci minuti circa.
Ma l'invenzione che avrebbe fatto passare Erone alla storia è la sfera di Eolo (Eolipila).
Si tratta di una sfera di rame in cui viene fatta bollire dell'acqua che evapora uscendo da due tubicini a forma di L sulla sfera, uno dei quali si può svitare per ricaricare l'acqua. Il vapore genera il movimento della sfera (circa diciotto secoli prima della Rivoluzione Industriale). Erone dimostra così una grande capacità di comprensione dell'energia termica e l'intelletto necessario per concepire macchine autonome. 
Ma allora perché quella rivoluzione non è iniziata ai suoi tempi, quando l'Impero Romano aveva messo in contatto così tanti popoli e promuoveva già un enorme progresso in diversi campi?
Forse l'Umanità di allora non aveva ancora bisogno del genio di Erone che somiglia molto a quello di Leonardo Da Vinci, magari non era ancora tempo per i treni a vapore con a bordo un Cesare.
Gli scritti di Erone furono purtroppo a rischio di smarrimento durante il caos che fu la fine dell'Impero Romano, ma molte delle sue opere furono riprese e diffuse dai Califfati arabi del Medioevo e tornarono in Europa attraverso l'Impero Romano d'Oriente, le Repubbliche Marinare e il Rinascimento.
Qui segue una lista delle opere di Erone e del suo genio di cui si potrebbe parlare per diciotto secoli.

  • Metrica, descrizione di tecniche per calcolare superfici e volumi di differenti oggetti, in cui sono presenti dimostrazioni con esempi numerici.
  • Definizioni.
  • Sulla dioptra, raccolta di metodi per misurare lunghezze; in questo lavoro viene descritto l'odometro, come pure un apparato che assomiglia ad un teodolite.
  • Baroulkos, sulla costruzione di una macchina per il trasporto dei pesi.
  • Catoptrica, propagazione della luce e sua riflessione, uso degli specchi.
  • Mechanica, manuale in tre libri destinato agli architetti e agli ingegneri, contiene strumenti per sollevare oggetti pesanti. Nel primo libro vengono esposti i teoremi sulla gravità di Archimede; nel secondo è un trattato sui vantaggi delle macchine semplici e delle loro combinazioni; nel terzo si tratta di applicazioni pratiche dei concetti degli altri due libri.
  • Belopoeica, descrizione di macchine da guerra.
  • Pneumatica, descrizione di macchine funzionanti a pressione (ad aria, acqua o vapore), incluso l'hydraulis, l'organo ad acqua.
  • Automata, descrizione di macchine in grado di creare effetti nei templi per mezzi meccanici o pneumatici (apertura o chiusura automatica delle porte, statue che versano vino, ecc.).

Esistono dei testi che vengono attribuiti ad Erone, ma che potrebbero essere opera di altri autori:

  • Geometria, raccolta di equazioni basate sul primo capitolo della Metrica.
  • Stereometrica, esempi di calcoli tridimensionali basati sul secondo capitolo della Metrica.
  • Mensurae, strumenti che possono essere usati per misure, basati sulla Stereometrica e la Metrica.
  • Cheirobalistra, sulle catapulte
  • Definitiones, raccolta di definizioni di geometria.


Il vero pollice verso

Quante volte abbiamo visto al cinema un Imperatore Romano mostrare il pollice alzato o abbassato per decidere se un gladiatore doveva vivere o morire? Quante volte lo abbiamo fatto noi stessi: pollice in alto per il successo, pollice in basso per il fallimento.
Eppure se facessimo questi gesti ad un antico Romano questi ci risponderebbe: "Ma che fate?"
In realtà il pollice puntato verso l'alto non decretava la salvezza di un gladiatore, è probabile che invece significasse la sua morte (cosa decisa molto raramente).
Il pollice, in questo caso, rappresenta infatti una spada sguainata, il pollice nel pugno chiuso invece è la spada infilata nel fodero e garantisce la grazia. Bisogna dire che le fonti sono discordanti e piuttosto scarse ma sufficienti a dire che il pollice premuto sul palmo era il segno della salvezza e della grazia che un gladiatore poteva ricevere.
Ma da dove nasce l'equivoco?
Da questo quadro: Pollice Verso, del pittore Jean- Léon Gérôme del 1872. Nel dipinto si vedono delle vergini vestali che rivolgono il pollice in basso per ordinare ad un mirmillone di uccidere l'avversario sconfitto. Questo dipinto fu un mezzo di diffusione dell'errore di interpretazione del gesto conosciuto come "pollice verso". Il cinema ha poi fatto il resto rendendo il pollice alzato e il pollice abbassato una tradizione dei nostri tempi attribuendole un valore antico ma non originale.



sabato 25 novembre 2017

I 7 re più uno di Roma

2770 anni. Così tanto è antica la città di Roma e da così  tanto tempo essa ospita e produce leggende e grandi uomini. Tutto cominciò con i primi sovrani di quella città, i Sette Re più uno.

Le sue origini sono così antiche da farci conoscere il mito come storia, ma indubbiamente il popolo romano si è sviluppato nel solo modo possibile in cui una civiltà può nascere e prosperare: con un re. 

Gli autori antichi ci riportano la storia di alcuni uomini, non tutti appartenenti al popolo romano, che guidarono Roma nel primo secolo della sua esistenza prima della fondazione della Repubblica. Come ogni storia, si comincia dal principio, con il primo re.


ROMOLO

 

Secondo il mito era figlio del dio Marte, signore della guerra ma anche dei confini e della prosperità. Sua madre, Rea Silvia, apparteneva alla famiglia reale della potente città di Alba Longa che Virgilio definisce discendenti di Enea e degli ultimi Troiani. Dopo aver liberato la sua patria da un usurpatore Romolo decise di fondare una nuova città intorno al colle Palatino, dove, secondo la leggenda, una lupa lo aveva salvato e protetto, per questo entrò in conflitto con suo fratello Remo che voleva fondarla intorno all’Aventino. Il mito descrive Romolo mentre fonda la città secondo il rito degli Etruschi, antico e misterioso popolo della Toscana. Il principe tracciò i solchi delle quattro strade principali della città (verso nord, sud, est e ovest), e un solco che delimitava le mura, il pomerio. Fatto ciò Romolo consacrò il pomerio e il suolo in cui costruire la città, in seguito il fondatore si riunì con i sacerdoti a cui comunicò il vero nome della città, sacro e da tenere  segreto, e un nome ufficiale con cui essa si sarebbe presentata a tutto il mondo: Roma.

Il vero nome della Città Eterna è ancora oggi un mistero, un segreto per cui in passato molti sono morti.

Era il 21 aprile del 753 a.C. quando avvenne questa consacrazione e Remo, fratello di Romolo, attraversò il pomerio armato commettendo un sacrilegio che rese necessaria la sua uccisione. Secondo altre versioni della leggenda Remo non sarebbe stato ucciso ma costretto alla fuga in Gallia dove avrebbe fondato la città di Reims. 

Fu così che Romolo divenne il primo re di una città disabitata in cui diede asilo a schiavi fuggiti, banditi e vari reietti ottenendo così gli uomini, ma mancavano le donne. Per dare inizio ad un nuovo popolo Romolo decise di far rapire le donne dei Sabini di Cures. Ovviamente i Sabini reagirono e dichiararono guerra alla nuova città guidati dal loro re Tito Tazio. Ironia della sorte furono proprio le donne a porre fine alla guerra mettendosi tra gli uomini e promettendo che avrebbero amato i loro sposi in cambio di: onore di stare sempre alla destra, essere sempre protette dai mascalzoni, avere sempre la strada libera e il primo passaggio per le porte e il dominio della casa di famiglia. Romolo accettò e nacque la galanteria.

I Sabini cessarono la guerra e si unirono ai Romani stabilendosi sul colle Quirinale portando la loro cultura ad arricchire la città. Elemento importante per la pace fu che Romolo iniziò a condividere il trono con Tito Tazio.

Nelle antiche civiltà mediterranee la diacria (governo di due) era molto diffusa, un esempio di quell’epoca era Sparta governata da due famiglie reali.

Dopo la morte di Tito Tazio i Sabini del Quirinale, ormai perfettamente fusi con il popolo romano, accettarono che Romolo conservasse da solo il trono ed egli regnò per quarant’anni, durante i quali conquistò diverse città del Lazio, espanse i territori di Roma e organizzò il suo popolo costituendo il Senato, le tribù e l’esercito.

La tradizione dice che il primo re di Roma scomparve, prelevato dal suo divino padre Marte che lo rese immortale. I Romani lo divinizzarono e lo chiamarono Quirino, il dio dei Romani.


TITO TAZIO 


Tito Tazio era il re dei Sabini di Cures, una città molto potente e ricca da cui i Romani rapirono le donne per dare inizio alla loro città; ovviamente re Tito Tazio iniziò una guerra ma si concluse e i due popoli si unirono come i loro re. Così  egli fu re con Romolo per cinque anni prima di venire ucciso in un agguato dai Laurenzi (quadro a destra), abitanti di Laurentum. Alcuni parenti di Tito Tazio maltrattarono e aggredirono degli ambasciatori laurenzi e il re rifiutò di fare giustizia, per questo motivo venne aggredito e ucciso dai parenti delle vittime. Forse fu per questo motivo che oggi non è annoverato tra i re di Roma: Tito Tazio non fece il suo dovere di sovrano e pagò con la vita.



INTERREGNO


Dopo la scomparsa di Romolo i Romani dovettero eleggere un nuovo re, perché la carica non era ereditaria: il cittadino più illustre era scelto dal suo predecessore oppure eletto dal Senato al titolo di rex ma per un anno intero questo non avvenne. Il motivo era che la popolazione (come il Senato) era diviso in Sabini e Romani autoctoni e ognuno voleva un re che appartenesse alla propria gente. Durante questo periodo la città veniva governata da un magistrato detto interrex eletto dal Senato e in carica per cinque giorni. Passato un anno però la situazione divenne insostenibile e i senatori decisero di provare qualcosa di nuovo: i Romani avrebbero proposto il nome di un Sabino e i Sabini il nome di un Romano, il più meritevole dei due sarebbe diventato il nuovo re di Roma.

I Romani proposero Numa Pompilio, un abitante di Cures che fu la salvezza del regno, immediatamente approvato anche dai Sabini. 


NUMA POMPILIO


Di origine Sabina, aveva già passato i quarant’anni quando gli venne detto che era diventato re. Viveva a Cures dov’era conosciuto come un uomo saggio, così esperto dei testi sacri e rispettabile da essere definito pius. Suo suocero era stato il re Tito Tazio in persona e anche i Romani conoscevano la sua ottima reputazione. 

All’inizio Numa Pompilio rifiutò l’offerta perché aveva paura dei Romani e della loro reputazione di uomini pericolosi e violenti, ma in seguito accettò e divenne re. Era il 715 a.C. e il suo regno durò quarantatré anni durante i quali i Romani non combatterono nemmeno una guerra.  

Numa Pompilio fu il primo Pontefice Massimo e istituì molti degli uffici religiosi di Roma, tra cui le Vestali, gli Auguri e i Flamini che gestivano i culti di Giove, Marte e Quirino. 

Secondo la leggenda re Numa fu aiutato dalla saggia ninfa Egeria (dipinto accanto) a realizzare queste e altre riforme che consolidarono le istituzioni della città e prepararono i Romani ad essere gli esportatori di una cultura ricca e complessa. 

Morì di vecchiaia, ottantenne, circondato dai Romani e da rappresentanti di molti popoli vicini, grati per l’epoca di pace e progresso che il suo regno aveva dato. Fu seppellito sul Gianicolo e molti Romani sperarono di essere paragonati a lui, ma era molto difficile eguagliare un uomo che costruì un grande regno senza mai impugnare una spada. 


TULLO OSTILIO


Il successore di Numa Pompilio era originario di Roma, anzi il nonno di Tullo Ostilio, Osto Ostilio, era stato uno dei generali di Romolo nella guerra contro i Sabini e fu un grande conquistatore del Lazio. 

Se il regno di Numa Pompilio era stato estremamente pacifico, quello di Tullo Ostilio fu segnato da una lunga serie di guerre contro le città vicine tra cui Alba Longa, la potente città da cui proveniva Romolo stesso. 

Tullo Ostilio regnò dal 673 al 641 a.C. e il suo primo atto fu dividere i territori appartenuti a Romolo (e quindi di proprietà del re) tra i nullatenenti di Roma ottenendo un grande appoggio popolare. 

Tullo Ostilio viene descritto come il padre della disciplina e dell’arte militare che avrebbero reso Roma invincibile e lo dimostrò subito assoggettando la potente Alba Longa e il popolo degli Albani (guerra descritta nella vicenda degli Orazi e dei Curiazi). Gli Albani in seguito si rifiutarono di aiutare Roma in un’altra guerra e, dopo la vittoria, re Tullo Ostilio ordinò la totale distruzione di Alba Longa per poi ampliare Roma con le ricchezze e gli abitanti della vecchia città. Stando alla leggenda il regno di Tullo Ostilio finì quando a Roma scoppiò un’epidemia di peste e il re venne colpito da un fulmine, come punizione per le sue eccessive guerre e il suo orgoglio.

 

ANCO MARZIO


L’ultimo re di origine sabina, nipote di Numa Pompilio, regnò dal 641 al 616 a.C.

Dopo aver ripristinato il legame tra il re e la classe sacerdotale (guastato dal suo bellicoso predecessore) condusse diverse guerre per difendere il proprio regno ed espanse i confini di Roma verso il sud Italia. Espanse molto la città con diverse opere urbanistiche che inglobarono Aventino, Celio e Gianicolo e fondò la colonia di Ostia grazie alla quale Roma ebbe un collegamento diretto al mare.

Morì di morte naturale, ma nessuno dei suoi due figli gli succedette, infatti il suo trono andò ad uno straniero che si era guadagnato la sua fiducia e che avrebbe aperto a Roma le porte di una nuova era: Tarquinio Prisco.


TARQUINIO PRISCO 


Lucio Tarquinio Prisco, il primo re della città di origine etrusca che regnò dal 616 al 579 a.C.

Era originario di Tarquinia, una città dell’Etruria (Toscana) e può essere considerato una metafora delle radici greche ed etrusche della civiltà romana. La tradizione e gli storici romani antichi raccontano che suo padre fosse Demarato, originario di Corinto in Grecia. Per questo motivo Tarquinio non era molto apprezzato nella sua città natale ed essendo figlio di un fuggitivo straniero era escluso dalle cariche pubbliche. Decise di emigrare a Roma dove i reietti e gli stranieri erano sempre i benvenuti per accrescere la gloria e la ricchezza della città; gli storici parlano anche della moglie di Tarquinio, Tanaquilla, famosa per essere una strega, indovina e abile lettrice di presagi, arte in cui gli Etruschi erano abilissimi.

Appena entrato a Roma, sul suo carro con la famiglia e gli averi, incontrò un’aquila che gli rubò il cappello per poi farglielo ricadere sulla testa. Tanaquilla disse che quello era un segno divino  che indicava Tarquinio come un uomo degno della grande città. Tarquinio era particolarmente intelligente, abile mercante e politico intelligente, lo storico Floro dice di lui che “riuniva in sé il genio greco e le qualità italiche.” 

Presto Tarquinio si guadagnò la fama e la grandezza che a Tarquinia gli era preclusa. Presto, anche grazie alle predicazioni di Tanaquilla, il re Anco Marzio decise di conoscerlo e lo fece suo consigliere; con il tempo Tarquinio Prisco divenne anche figlio adottivo del re e, alla sua morte, si fece eleggere rex.

Una volta re Tarquinio respinse un attacco dei Sabini per poi sottometterli insieme ai Latini, in seguito compì diverse campagne contro gli Etruschi e altri popoli dell’Italia settentrionale.

È molto importante ricordare che Tarquinio fu il primo a celebrare un trionfo nella città per poi avviare la costruzione del Circo Massimo e innalzare nuove mura.

Re Tarquinio Prisco venne ucciso da un figlio di Anco Marzio che sperava di conquistare il trono, ma fu ostacolato dai presagi e dagli intrighi di Tanaquilla.

Un Etrusco di nome Servio Tullio sposò una figlia di Tarquinio e si guadagnò la sua fiducia così come questi aveva fatto con Anco Marzio accedendo così al trono di Roma.


SERVIO TULLIO 


Il sesto re di Roma che regnò dal 578 al 539 a.C. Era di origini umilissime: sua madre era una prigioniera ridotta in schiavitù da re Tarquinio dopo la conquista della sua città Corniculum (Montecelio). Fu la regina Tanaquilla ad indovinare il suo grandioso futuro e a dargli in moglie la figlia sua e del re Tarquinio. Quando questi fu assassinato la regina mise in atto una congiura grazie alla quale Servio ascese al trono. All’inizio doveva essere una misura temporanea; Servio doveva conservare il trono solo temporaneamente in attesa di passarlo al primogenito di Tarquinio, ma così non fu. 

Una volta preso il potere Servio Tullio riformò l’esercito, aprendone i ranghi anche alle classi più basse della società romana, riformò la società  dando origine alla plebe, distinta dai patrizi che discendevano dai primi comandanti di Romolo. 

Re Servio Tullio ampliò il pomerio e costruì delle nuove mura (Mura Serviane) e un nuovo Foro per poi organizzare una federazione di popoli e città italiche con Roma al centro. 

Anche le sue conquiste militari furono notevoli specialmente verso nord, in Etruria (Toscana).

Alla fine il sesto re di Roma fu ucciso da Lucio Tarquinio, marito di sua figlia Tullia Minore. Il futuro re Tarquinio spinse re Servio Tullio giù dalle scale della Curia e fu finito dalla sua stessa figlia che gli passò sopra con un carro (quadro accanto).

Questo è il destino di chi si mette una corona in testa da solo: perderla tragicamente.


TARQUINIO IL SUPERBO 


L’ultimo dei re di Roma prima della fondazione della Repubblica Romana che regnò dal 535 al 509 a.C. apparteneva alla dinastia dei Tarquini in quanto figlio di re Tarquinio Prisco. Probabilmente in collera con re Servio Tullio che aveva usurpato il trono di Roma, organizzò una congiura per ucciderlo e conquistare Roma. Il suo primo atto fu di negare una degna sepoltura al re Servio Tullio; questo, insieme all’ascesa senza elezione gli fece guadagnare il soprannome di Superbo.

Re Tarquinio si dimostrò subito deciso a condurre un regno con il pugno di ferro, circondandosi di una guardia personale, abolì le riforme democratiche istituite dal suo predecessore e costruì qualcosa che, prima di allora, Roma non aveva mai conosciuto: la monarchia assoluta.

Tarquinio il Superbo sconfisse le ultime città latine che ancora si opponevano al dominio romano, in effetti fu tanto crudele con i suoi  sudditi quanto fu efficiente nel combattere i nemici. Per colpa sua iniziò una guerra centenaria tra i Romani e i Volsci (abitanti di Velletri, Azio e altre città nel centro Italia e del Lazio). Dopo le principali vittorie Tarquinio ebbe un bottino sufficiente per abbellire Roma con nuovi monumenti ed edifici tra cui il tempio di Giove Ottimo Massimo.

Ad un certo punto un nipote del re, Lucio Giunio Bruto (che si fingeva un imbecille) organizzò una congiura contro di lui. Mentre re Tarquinio era impegnato nella guerra con i Rutuli Bruto denunciò suo figlio Tarquinio Sestio che aveva violentato la moglie del nobile Lucio Tarquinio Collatino, portando la donna al suicidio. Insieme, Bruto e Collatino, convinsero plebe e patrizi a cacciare per sempre i Tarquini da Roma. Re Tarquinio il Superbo fu esiliato dalla città mentre Bruto e Collatino divennero i primi due consoli della neonata Repubblica Romana nell’anno 509 a.C. (nella foto accanto: Lucio Giunio Bruto, fondatore della Repubblica e avo dell’assassino di Cesare).

Re Tarquinio il Superbo si alleò con il lucumone Lars Porsenna, il re etrusco di Clusium (Chiusi) per riconquistare Roma, ma l’alleanza fallì e i Romani non ebbero più un re. Tarquinio il Superbo, “ottavo” e ultimo re di Roma morì in esilio a Cuma nel 495 a.C.

La Repubblica Romana continuò ad esistere finché non divenne incapace di reggersi senza un vero comandante e una salda autorità incarnata nel Princeps (l’Imperatore) nel 27 a.C., sicché, tra nascita della Repubblica e l’ascesa dell’Impero Romano è passato lo stesso periodo di tempo che separa noi dalla fine del Medioevo.


Lettor… pensa a quanto può succedere in così poco tempo.