martedì 24 gennaio 2017

Il giorno nuovo

Lettor, oggi ti parlo di un uomo grandioso e potente nato in questo giorno del 76 d.C. un simbolo della grandezza della nostra civiltà, una persona tanto intelligente quanto valorosa: Publio Aurelio Traiano Adriano, Imperatore di Roma.
Dopo aver seguito l'Imperatore Traiano nella guerra in Dacia divenne il suo protetto e riuscì a guadagnare la sua fiducia e la sua stima tanto da essere adottato dal grande Imperatore venendo nominato suo successore.
Adriano fu un grande innovatore e protettore dell'Impero Romano alla sua massima estensione e, malgrado le perdite subite da Traiano in Oriente, risucì a mantenere la resistenza dell'Impero concentrandosi nel mantenimento delle sue infrastrutture e nella ricerca della sua sicurezza. Benché non sia stato un grande conquistatore come il suo predecessore anche Adriano ci ha lasciato una magnifica eredità: oltre ai grandi acquedotti, alle strade e ai monumenti egli costruì i famosi valli, ovvero le muraglie che delimitavano il Grande Impero per tenere i barbari, i selvaggi e i pericoli del mondo non civilizzato lontani dai suoi cittadini. Famosissimo è il Vallo di Adriano in Gran Bretagna, ma le opere dell'Imperatore difensore vanno ben oltre.
Egli fu molto tollerante nei confronti di tutte le etnie dell'Impero, avviò nuovi rapporti commerciali con altri popoli e fu un filosofo molto capace. Si fece costruire una magnifica villa fuori Roma, la Villa Adriana a Tivoli. Se la cerchi Lettor, vi troverai la dimora di un degno sovrano del mondo. C'era anche una bella isola al centro di uno stagno in cui l'Imperatore si recava, sollevava un ponte levatoio e si isolava dal mondo, in pace, osservando i suoi pensieri e realizzando i suoi progetti per il bene dell'Impero Romano e per tutta l'Umanità.
Si teneva anche la barba lunga apposta per nascondere le cicatrici di guerra che si era procurato al seguito di Traiano causando però una crisi dei barbieri che ebbero meno lavoro a causa della nuova moda lanciata dall'Imperatore.
Adriano fu un esempio del sistema degli Imperatori per adozione, il trionfo del Principato, quando l'Imperatore a capo del mondo era scelto non per sangue ma per merito dimostrato al suo predecessore che solo poteva decidere chi era in grado di reggere il peso dell'Imperium.
Io ammiro molto Adriano Lettor, perché ha lasciato e insegnato molto (ti invito a dare un'occhiata ai suoi meriti e alle sue eredità), ma anche perché è uno dei più grandi Imperatori mai vissuti, con cui ho l'onore di condividere il compleanno.
Grazie Lettor!

sabato 14 gennaio 2017

Il nome di Potifar, il nome di Giuseppe, il nome di...

"Chi è quello?" chiese Irtane.
"Si chiama...Giuseppe...il nome è difficile da pronunciare lo so, ma lo trovo orecchiabile" rispose il generale Potifar.
"Uno schiavo?"
"Sì, viene da Canaan. L'ho comprato da alcuni mercanti Ismaeliti qualche tempo fa."
Irtane guardò meglio quello schiavo con un'espressione curiosa.
"Canaan? Fai attenzione Potifar: i Cananei sono o pastori o briganti. Ho già avuto schiavi da quelle tribù e quasi tutti hanno cercato di scappare e derubarmi. Uno di loro ha anche cercato di uccidermi. Sono arroganti, feroci, imprevedibili, poco più che selvaggi."
"Irtane, amico mio, ti assicuro che quel Giuseppe è molto diverso. Non viene da una delle tribù cananee consanguinee degli Iksos. Lui è educato, rispettoso, pensa che sapeva già parlare e scrivere la lingua egizia, sa contare oltre il numero cinquanta ed è anche un artista eccellente."
"Certo ha un aspetto gradevole e sembra anche forte, immagino sia un ottimo sguattero o un eccellente servitore."
Potifar scoppiò in una sonora risata.
"Lui è il mio amministratore: gli ho affidato il controllo delle mie terre e delle mie attività."
"Cosa?" chiese uno sconvolto Irtane.
"Sono mesi che amministra tutti i miei possedimenti e grazie a lui sto per diventare l'uomo più ricco d'Egitto. Dopo il Faraone naturalmente."
"Non ci posso credere...un cananeo?"
"Un Israelita a dire il vero. Adesso è meglio che ci sbrighiamo: Faraone si aspetta di incontrarci entro il mezzodì e sai quanto il figlio di Ra detesti i ritardatari."
"E ha ragione. Pensa come si annoierebbe se non avesse il suo coppiere a riempirgli il calice e tu, il suo generale, a dirgli quali nemici sconfiggere."
Potifar sorrise al pensiero di ciò che stava per raccontare al sovrano più potente del mondo.
Quando il generale tornò a casa quella sera era piuttosto stanco. Non sapeva cosa stava accadendo e che lezione sarebbe stata per il futuro ciò che era appena accaduto in casa sua.

Mentre Potifar lasciava la casa quel giorno sua moglie, la nobilissima signora della casa, lo osservò con un certo interesse. Era nata in una famiglia estremamente importante, potente e ricca, forse imparentata con la dinastia del Faraone. Era sempre stata trattata come una regina, ma non si sentiva molto diversa dagli schiavi del suo illustre sposo; ella aveva una pesante catena fatta di dovere, lusso e apparenza. Ad un certo punto in casa era arrivato qualcosa di nuovo, uno spiraglio, una distrazione che le avrebbe dato qualcosa in più del suo onore.
Il giovane cananeo entrò nella stanza della padrona con lo sguardo basso e quell'espressione serena che lo caratterizzava.
"Mi hai fatto chiamare padrona?" chiese lo schiavo.
"Vieni Giuseppe-disse la donna- non temere, siediti con me" disse lei.
Giuseppe si sedette su uno degli sgabelli posti davanti al seggio della signora. Era un giovane molto diverso da Potifar: creativo, gentile, timido e anche vigoroso.
"Ormai è da molto che sei con noi. Ti trovi bene?"
"Padrona...tu e il padrone Potifar siete molto buoni con me. Ho imparato a stare a mio agio qui con voi e sono molto grato per la fiducia che mi dimostrate."
"Anche noi siamo molto lieti e grati per tutto ciò che fai. Il dio Ptah, patrono del mio sposo e di questa casa, ci ha benedetti con il tuo talento e la tua lealtà."
La donna si alzò e si avvicinò al giovane.
"So che tu però veneri un Dio molto diverso dai nostri. Perché non me ne parli?"
"Lui ha un nome che non si deve pronunciare ed è invisibile."
"Invisibile?"
"Sì, mio padre mi ha insegnato che il suo vero volto nessun uomo vivente lo potrà mai vedere" disse Giuseppe.
"E come fate a rendergli i sacrifici che richiede?"
"Mio padre dice che Dio vuole carità e non sacrifici. Esistono degli insegnamenti che ci sono stati tramandati e seguendoli noi viviamo in maniera onesta e umile così diventa impossibile aver paura di morire."
"Se ti liberassimo...ti piacerebbe tornare nella tua terra?"
Lo schiavo sospirò suscitando ulteriore curiosità alla donna.
"Non credo di poterlo fare padrona...il mio amato padre morirebbe di crepacuore se sapesse..."
"Cosa?" chiese la padrona avvicinandosi al giovane.
"I miei fratelli... loro mi hanno tradito. Mi hanno venduto come schiavo per invidia...e adesso..."
Lei gli poggiò una mano sulla spalla.
"Qui sei al sicuro Giuseppe. Siamo fortunati ad averti con noi."
Giuseppe si alzò intimorito. Temeva le conseguenze di ciò che stava accadendo.
"Padrona...perché mi hai chiesto di venire qui?"
"Perché voglio stare con te, buon Giuseppe" disse lei alzandosi in piedi.
"Padrona non posso."
"Non lo saprà nessuno."
"Il padrone Potifar è un uomo giusto. Io gli sono fedele e mi sono impegnato a rispettarlo, se compissi un atto così indegno ripudierei i miei doveri, la mia lealtà, il mio modo di essere. Non posso fare qualcosa di simile, rinnegando la mia lealtà rinnegherei Dio."
Giuseppe si scosse; la padrona aveva afferrato la sua tunica che le rimase in mano.
"Unisciti a me!" disse la donna mentre il giovane fuggiva in preda al panico. Il cuore della moglie di Potifar invece era in preda alla rabbia e all'angoscia.
Quella sera Potifar dovette decidere a chi credere: a sua moglie o ad uno schiavo?
Non poteva sapere il generale, che oggi tu, Lettor, avresti saputo chi era Giuseppe il re dei sogni, magari anche il nome di Potifar. Eppure il nome di questa donna, per la sua menzogna, non lo sa nessuno.



venerdì 6 gennaio 2017

Epifania che ogni festa porta via

Lettor, buon anno nuovo! Siamo arrivati al 6 gennaio, il giorno dell'Epifania in cui si celebra la manifestazione di Cristo all'Umanità, quando i Re Magi diedero i loro doni a Gesù onorando la sua regalità con l'oro, la sua divinità con l'incenso e il suo sacrificio con la mirra.
Oggi, ereditata dalle tradizioni romane e celtiche, i bambini italiani sono visitati da una creatura buona che dal nord al sud, nelle sembianze di una donna anziana e gobba che vola su una scopa fatta di rami di pino, visita le loro case portando piccoli doni ai buoni e punendo i cattivi con il carbone che non nutre ma si può solo bruciare.
I Magi incontrarono quella donna chiedendole la strada per arrivare a Betlemme.
"Perché volete andare laggiù?- chiese la donna- è un piccolo villaggio di pastori senza importanza. Cosa ci vanno a fare lì tre grandi signori vestiti come re?"
"Andiamo a portare dei doni ad un bambino che è nato a Betlemme" dissero i Magi.
"E cos'ha di così importante un bambino dei pastori da meritare un dono da grandi signori come voi?" chiese ancora l'anziana donna.
"Lui è destinato a diventare il vero Re dei Re" le risposero.
"Ma cosa dite? Un re non nasce a caso tra i pastori. I re possono essere solo figli di re."
"Un comune re sì, ma lui è il figlio di Dio. Stiamo andando ad adorarlo e a portargli i nostri doni. Se vuoi venire a trovarlo trova la strada per Betlemme" dissero i Magi prima di andarsene per raggiungere la stalla.
La donna decise di continuare a raccogliere la sua legna e di non pensare alla storia senza senso che quei tre stranieri le avevano raccontato. Poco dopo però, vedendo una stella che brillava più delle altre in cielo ella iniziò a pensare che forse, quella notte, stava accadendo qualcosa di diverso. Decise di cercare anche lei il bambino Re per fargli un regalo, ma non fu in grado di trovarlo perché la sua famiglia lo aveva già portato in Egitto per nasconderlo a coloro che lo volevano uccidere.
L'anziana allora intrecciò i rami che aveva raccolto durante il suo incontro con i Magi ottenendo una scopa e, usando antichi saperi e arti arcane, la fece volare. 
Da allora lei cerca il bimbo di Betlemme per dargli il suo dono, e così porta un regalo ad ogni bambino che incontra sperando che tra essi ci sia un Re da onorare. Magari ha ragione. Tu che ne dici Lettor?
Buona Epifania!


sabato 24 dicembre 2016

E pace in terra a tutti quelli di buona volontà

Carlo uscì dall'emporio e assaporò l'aria fresca. Il piccolo paese in provincia di Vicenza in cui la sua famiglia passava le feste era esattamente ciò che gli serviva: campagna, pace, ossigeno a volontà e silenzio. Ci stava davvero bene.
Appena uscito dall'emporio Carlo si diresse verso la strada di casa con la sua spesa: formaggio grana grattugiato e due confezioni di sfoglia velo per il pasticcio di radicchio che sua madre avrebbe preparato per il giorno dopo, il giorno di Natale.
Una vigilia serena, bella e tranquilla.
Carlo sollevò lo sguardo e vide qualcosa che non si aspettava: un pappagallo, verde e con delle macchie rosse sugli occhi che volava tra le case.
"Ma cosa ci fa un pappagallo in Veneto?" pensò Carlo.
"Un randagio...povera bestia" disse una voce accanto a lui.
Carlo si voltò di scatto e vide con sorpresa un uomo con il suo stesso volto e gli occhiali da sole.
"Ma che...?"
"Non ricordi?"
A Carlo tornò in mente il Narratore che gli aveva promesso di tornare.
"Era un bel po' che non ti si vedeva" disse Carlo.
"Ho avuto molto da fare e anche tu."
"Beh...tanti auguri!"
"Grazie. Pronto per il capitolo finale di questa storia?"
"Veramente..." prima di poter dire qualcos'altro Carlo si rese conto di essere in mezzo ad un territorio desertico, anche se non proprio caldo. Si vedevano delle macchie di verde a distanza ed era quasi il tramonto. 
"Dove siamo?"
"Dove sei tu devi dire! Comunque lo saprai abbastanza presto. Intanto dimmi: che cosa hai imparato dalle storie che ti ho fatto raccontare?"
"Imparato? Erano storie che conosco molto bene e avevano la loro morale, il loro valore..."
"Eppure non hai agito come tale, non sembri aver colto il loro messaggio...ma vedremo se adesso sarà possibile per te cogliere davvero qualcosa."
"Verrai con me?"
"Certo...questa è la storia per eccellenza: fine e principio. L'hai sentita per tutta la tua vita, innumerevoli volte, e adesso vedremo se la saprai riconoscere. Dobbiamo andare di là, verso nord!"
Il Narratore indicò una direzione e si incamminò.
"Mi dici dove siamo per favore?" 
"Ci sei già stato qui. È la terra di Giudea, governata dal re Erode il Grande. Di là, ad Occidente, il grande Impero Romano sta prendendo il comando del Mare Interno con Ottaviano Augusto che getta le basi che Cesare ha sognato per il futuro. Ad Oriente il Gran Re dei Parti domina un potente popolo pronto ad ostacolare l'avanzata di Roma. Qui, nel mezzo, sta per venire qualcuno che li vincerà e li salverà tutti."
Dopo il racconto del Narratore Carlo sollevò lo sguardo e vide qualcosa, ben lontano dal Sole ormai rosso, dietro alle nuvole nell'azzurro scuro c'era una stella che brillava più di tutte le altre.
"Mi stai dicendo che quella è...?"
"Sì Carlo. Noi siamo diretti sotto quella stella e farai meglio a tenere il passo."
Era difficile perché il Narratore camminava molto velocemente.
"Ma sei sicuro che passeremo inosservati?" chiese Carlo.
"Quando saremo sotto la stella ci sarà uno spettacolo ben più grande da vedere e nessuno guarderà i tuoi abiti o i tuoi occhiali."
"Ma tu mi stai prendendo in giro? Siamo davvero al primo Natale?"
"Visto come sono arrivato da te la prima volta posso capire che tu abbia qualche dubbio ma ti assicuro che non ho intenzione di scherzare con te. Adesso muoviti!"
"Puoi rallentare per favore?"
"No! Non dobbiamo perdere tempo e poi così magari calerai un po' quella pancia!"
Camminarono per diverse ore vedendo diverse carovane composte da uomini e donne di tutte le età che tiravano cammelli e asini carichi di diversi bagagli e passeggeri. Carlo rimase estasiato alla vista di alcuni uomini a cavallo con mantelli rossi e pennacchi sugli elmi.
"Quelli sono..."
"Sì! Romani, soldati del Grande Impero che stanno agendo per controllare la frontiera e fare sì che ovunque sia fatta la volontà dell'Imperatore."
"Ma è magnifico...veri cavalieri e veri...."
"MUOVITI!"
Carlo si scosse ricominciò a correre raggiungendo il suo accompagnatore.
"Lo so che la storia di quegli uomini è la tua passione, ma tra poco vedrai qualcosa di molto più importante, qualcosa di magnifico."
"Credi che non lo sappia? Ma cosa vedremo se...?"
"Guarda lì invece di parlare!"
Carlo vide una grossa carovana con tre vessilli che portavano il simbolo di tre nobili, tre principi importanti dell'Oriente. Uomini saggi e molto potenti che seguivano quella stella molto più luminosa di tutto il firmamento.
Erano molto lontani e presto li persero di vista, da lontano si vedevano delle luci: ormai l'oscurità era quasi del tutto calata. 
"Quella è Betlemme?"
"Esatto, anche se molto diversa da quella che conosci, quella che hai visitato nel tuo presente. Anche oggi si può dire che ha visto tempi migliori, ma nessun momento paragonabile a questa notte. Guarda lassù! Sulla collina!"
A poca distanza dalla città, sulla campagna, alcuni uomini stavano guardando in alto, verso il cielo. Erano illuminati come se il Sole stesse ancora brillando su di loro.
"Chi sono loro?"
"I pastori, gli umili, gli ignoranti, i pezzenti. Nella tua epoca li chiamerebbero i falliti. Coloro a cui è destinato il Salvatore che oggi sta nascendo: il Messaggero è andato a dir loro cosa sta per accadere e di andare alla grotta. Ci arriveremo giusto in tempo."
La grotta di Betlemme. Stavano andando proprio lì e non erano i soli.
"Sai che la grotta in cui quella famiglia si è rifugiata è parte di una casa? In quest'epoca la casa è divisa in alloggi e stalla che ospita gli animali e gli alti beni della famiglia. Quando serve questa ospita anche gli ospiti e i rifugiati. Maria e Giuseppe non sono stati rifiutati, sono stati accolti molto generosamente. Almeno quanto quel dono che stanno per ricevere."
Carlo osservò la casa che il Narratore stava indicando. Diverse persone stavano arrivando intorno ad essa e si raggruppavano mentre si udivano i versi di un bambino appena nato che assaporava l'aria per la prima volta.
"Posso?" chiese Carlo.
"Non dare nell'occhio però" rispose il Narratore con un ghigno.
Carlo si avvicinò e si fece spazio tra i pastori, le donne e i bambini che osservavano quella scena. 
Un uomo alto e forte con una folta barba nera proteggeva una piccola donna molto giovane, bella e dall'aria stanca ma con un'aria così felice e amorevole davanti al bimbo che giaceva in una mangiatoia al centro della stalla.
Carlo riconobbe i tre uomini che aveva visto a capo della carovana nel deserto: erano prostrati al cospetto del bimbo. Aprirono tre scrigni e mostravano i loro doni.
"A questo bambino io porto in dono l'oro perché è il vero Re del mondo" disse il primo.
"A questo bambino porto in dono l'incenso che, se bruciato, emana l'aroma delle preghiere degli uomini. Segno del fatto che lui è il figlio di Dio" disse il secondo.
Il terzo fece un sospiro e disse: "A questo bambino io porto in dono la mirra, che protegge dalle malattie e rende sani i corpi. Per rendere onore al suo dono e al suo sacrificio."
Il bambino sembrò sorridere.
Carlo chiuse gli occhi e li riaprì nel deserto: stesso posto e tempo in cui era iniziato il viaggio.
"Ma cosa...?"
"Spero davvero che tu abbia imparato qualcosa questa volta" disse il Narratore.
"Grazie...io...io cercherò di ricordare il vero significato di questa storia. Ma...ma tu...chi sei?"
Il Narratore sorrise. Era strano per Carlo vedere il suo stesso voltò sorridergli. Lentamente il Narratore si tolse gli occhiali e una luce intensa si propagò intorno ad entrambi.
"Non chi qualcuno potrebbe pensare. Spero davvero che tu possa essere ispirato da ciò che accadde e che accadrà ancora."
"Dove ti trovo se ho bisogno di parlati ancora?"
"Dove mi trovano tutti caro Carlo. Ricorda solo queste parole, quelle che furono pronunciate durante il primo Natale: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra a tutti gli uomini di buona volontà. Ricorda la storia di quel bambino e ciò che ti può insegnare."
"Ma perché a me?"
"Perché anche tu racconterai questa storia. E buon Natale!"
Carlo chiuse gli occhi e li riaprì in mezzo a quella strada, davanti all'emporio con il sacchetto della spesa in mano. Un piccolo uomo, in un grande mondo con delle storie da raccontare.
"Buon Natale" disse Carlo a chiunque stesse ascoltando o leggendo.

mercoledì 21 dicembre 2016

Una storia d'Inverno

Oggi è il 21 di dicembre, il solstizio d'inverno, il giorno più breve dell'anno, il momento in cui il nostro pianeta si ritrova nel punto della sua orbita più vicino al Sole. Oggi inizia l'Inverno, una stagione molto importante perché è il momento in cui tutto si ferma: il raccolto, la marcia, gli intrighi, avvolte anche la vita. Non si ferma il battito del cuore.
L'Inverno serve per andare oltre, per prepararsi al nuovo anno e riprendere le forze dopo quello appena vissuto. In questo momento, con il freddo, le molecole rallentano e si fermano, mentre noi diventiamo più veloci nel tentativo di sopravvivere. Il freddo ci rende più svegli, più attenti, più pericolosi certe volte. In questo periodo intere razze fuggono verso altre terre calde, alcune si mettono in stasi, un letargo che li salva da un periodo privo di cibo e rifugio, altre ancora si estinguono lasciando nascosti i semi del loro genere che rinasceranno quando il clima tornerà ad essere ospitale per la loro razza. 
Goditi la grandezza e la poesia di questa stagione Lettor, perché è un periodo con le giornate più belle: i giorni in cui il Sole non è mai troppo forte, in cui siamo più svegli, più attenti e certe volte più interessati a cercare il sostegno dei nostri simili.
Buon solstizio d'Inverno Lettor.


sabato 17 dicembre 2016

Il re discendente di eroi

Daniele entrò nella stanza del re con un certo timore; le finestre erano chiuse, ma i raggi del Sole passavano dai vari spiragli sulle persiane, un intenso odore di incenso aleggiava. Il re era sul letto, si contorceva dal dolore, lamentandosi e imprecando. Era molto diverso dal grande sovrano che aveva guidato il paese per più di trent'anni, eppure in Daniele egli incuteva ancora un certo timore.
"Chi è?" chiese il sovrano.
"Grande Erode- disse il servitore che lo stava assistendo- lo scriba che hai convocato."
"Avvicinati!"
Daniele si accostò al letto.
"Hai portato il mio testamento come avevo detto?"
Daniele si affrettò a sedersi e ad estrarre il suo leggio per poi srotolare il prezioso documento.
"Certamente...grande re."
Erode si mise a ridere.
"Dallo a Giovanni!"
Il servitore del re si avvicinò allo scriba e prese il papiro in cui erano riportate le ultime volontà del re.
"Gettalo nel braciere!"
Il servo diligente gettò il testamento tra le braci che prese fuoco.
"Antipa...quel pusillanime... non siederà sul mio trono...non avrà Gerusalemme..."
Il re si girò sul fianco e guardò il povero Daniele con una smorfia di dolore. Dopo pochi istanti iniziò a sorridere.
"Sei giovane" disse il re.
"Sono al servizio del mio re" rispose Daniele senza sapere cos'altro dire.
Erode sospirò.
"Quanti anni hai?"
"Ventidue mio re."
"Tre anni di meno di quelli che avevo io quando ho iniziato a governare la Giudea...eppure non sono mai stato un Giudeo..."
"Non capisco mio re."
"Come ti chiami?"
Daniele era perplesso.
"Ti ho chiesto...qual'è il tuo nome" Erode si alzò su un braccio. Anche se vecchio e malato era ancora un uomo molto possente.
"Daniele...mio re."
"Cosa significa il tuo nome?"
Daniele sospirò e rispose: "Dio è il mio giudice."
"E cosa significa il mio?"
Daniele abbassò lo sguardo.
"Cosa significa il mio nome?" chiese ancora il re.
"Chiedo perdono mio re...non lo conosco."
"Certo che no. Tu hai un nome d'Israele...il nome di un profeta. Il mio nome, Erode, significa discendente degli eroi. Si tratta di un nome greco...mio padre era molto amico dei Greci e ne apprezzava la cultura, proprio come me."
Daniele, in effetti, sapeva molto bene tutto questo, ma aveva preferito non dire niente poiché in passato il sovrano si era dimostrato molto irascibile quando si parlava delle sue origini.
"Tanto lo vedo chiaramente nei tuoi occhi...anche in quelli di Giovanni e di tutte le mogli che ho avuto. Io, un figlio di Edom, messo a regnare sul popolo di Giuda, messo qui dall'Imperatore...dai pagani."
Daniele cominciava a chiedersi cosa ci facesse lì.
"E' vero: io sono un edomita, un discendente di Esaù e non di Israele, da parte di padre, e mia madre, Cipro, era del popolo dei Nabatei e quindi era dei discendenti di Ismaele. Ma non era Esaù discendente di Abramo come suo fratello Giacobbe? Non è forse vero che Giacobbe, poi detto Israele, rubò ad Esaù la sua eredità? E Ismaele non era forse il primo dei nati dei figli di Abramo? Il fratello maggiore di Isacco, padre di Israele? E allora perché si maledice me? Perché sono un edomita, con madre nabatea e regno sui Giudei. Non lo capite che se non ero io erano i Parti, i Romani o i Greci a dominarci e non avreste avuto nemmeno qualcuno da chiamare re...voi Giudei."
"In che modo posso servire il mio re?" chiese il giovane scriba.
Erode si era di nuovo rigirato guardando il soffitto.
"A chi non ho mai raccontato di quando ho incontrato lui? Cesare...L'Augusto che oggi domina il mondo...un uomo straordinario, potente, intelligente...eppure molto gracile. Ha una mente che è la sua vera arma."
Daniele estrasse una tavoletta di terracotta e un pennino di osso. Teneva la schiena dritta, con il leggio appoggiato alle sue ginocchia e attento a sentire cosa diceva il re.
"Lo incontrai a Roma- continuò Erode- lui e Marco Antonio, all'epoca erano ancora alleati, ma si vedeva chiaramente che Marco Antonio era il condottiero, il soldato. Eppure aveva una mente debole, a differenza di Cesare Ottaviano. Erano opposti l'uno all'altro. Marco Antonio mi fece re di Giudea, ricordandosi di quando avevo combattuto Cecilio Basso, nemico di Cesare, in Siria. Poi la regina Cleopatra volle la mia testa e queste terre, ma Antonio non poteva dargliele."
"Erano in guerra contro Ottaviano a quei tempi, non è vero?"
Il re guardò Daniele, quasi sorpreso del suo interessamento, poi sorrise.
"Già...devo ammettere che fui sorpreso quando giunse la notizia della loro sconfitta ad Azio...ma è chiaro che la mente vince sempre sulla forza..."
"Ma il Principe Ottaviano sapeva che il mio re era stato un alleato di Antonio."
"Dici bene Daniele, ma il Principe sapeva anche che Cleopatra non lo era affatto, così lo raggiunsi sull'isola di Rodi...lo trovai lì e gli chiesi di lasciarmi fare la sola cosa che ho sempre saputo fare..."
Daniele si mostrò molto interessato.
"Il re...il re di Giudea nel nome del grande Cesare che o ci proteggeva o ci distruggeva."
"Ma il mio re come ha convinto il Principe Ottaviano a lasciarlo sul trono di Giuda, in una posizione così strategica ad Oriente?"
"Gli ho solo detto la verità. Ebbene sì: gli dissi che ero stato alleato con Marco Antonio solo perché mi aveva fatto diventare re di Gerusalemme e che se mi avesse lasciato al mio posto avrei continuato a mantenere l'ordine in questa terra così importante. Lui mi diede una pacca sulla spalla e poi disse ai membri della sua corte di salutare Erode, il grande re di Giudea."
Erode si girò di nuovo sul fianco, questa volta dando le spalle allo scriba.
"Durante quel viaggio mi fu detto che mia moglie, la mia amata Mariamne, aveva complottato contro di me. Lei giurava il contrario, ma mia madre e mia sorella passarono interi giorni a sussurrarmi all'orecchio...tradimento...tradimento....morte e caos...Mariamne....mia splendida Mariamne....come posso sperare nel perdono per aver messo a morte il mio amore?"
Il re tornò a guardare verso l'alto. Daniele notò delle lacrime lungo il suo viso.
"Tu hai moglie Daniele?"
"Sì...grande re."
"E la ami?"
"Sì...con tutto il cuore."
"E allora ringrazia di non essere un re. Io darei via il mio regno, le mie ricchezze, i miei anni di gloria per avere una vita da scriba al fianco della mia Mariamne."
"Eppure il mio re l'ha messa a morte."
"NON HO DI CERTO BISOGNO CHE TU ME LO RICORDI!"
Daniele si rese conto di aver osato troppo.
"TU NON LO SAI...TU NON SAI COSA VUOL DIRE! Un re non si fida di nessuno, non c'è affetto, non c'è lealtà: persino la madre di un re è talmente invidiosa del suo potere da complottare per strappargliene un po'. Non potevo evitare di condannare Mariamne, così come non ho potuto evitare di mettere a morte i miei figli."
Daniele si ricompose, poi osservò quel sovrano tanto discusso. Ebbe pietà di lui, non sapeva perché ma quel vecchio malato e potentissimo gli suscitava compassione.
"Il popolo di Giuda non smetterà mai di ringraziare il grande Erode per avergli ridato il Tempio" disse lo scriba.
"Non ho bisogno della tua pietà. Io ho solo costruito un edificio, il popolo lo ha consacrato. Se è per questo ho anche costruito delle fortezze imprendibili in tutto il paese e una città, Cesarea, che ho donato a Cesare Ottaviano. Ma tu sai bene che non è per queste cose che verrò ricordato."
"Betlemme" mormorò Daniele.
"Betlemme- disse il re- Anche quella notte non ebbi scelta. Era scritto che Rachele doveva piangere i suoi figli. Cosa dovevo fare? Mi dissero che quella notte sarebbe nato un bambino destinato a diventare il re. Stranieri saggi e nobili che andavano a cercare un sovrano tra i pastori. Anche un profeta morto da quattrocento anni diceva che quella notte sarebbe nato un re."
Daniele si ricordava di quel passo del profeta Michea in cui si parlava di colui che sarebbe uscito da Betlemme per condurre il popolo di Israele.
"Ma un re non può nascere a caso tra i pastori. Il re può essere solo figlio di un re. Se avessi lasciato vivere anche un solo bambino di quel villaggio i miei nemici lo avrebbero usato contro di me e i miei successori. Questo avrebbe minato anche i nostri rapporti con i Romani: il Principe Ottaviano avrebbe mandato le sue legioni a riportare l'ordine con la forza devastando il paese e probabilmente anche i Parti ne avrebbero approfittato per invadere questo regno e ridurre il popolo in schiavitù e chissà quanti bimbi innocenti sarebbero morti nella guerra che ne sarebbe derivata tra Roma e il Regno Partico. Cosa ne sanno coloro che parlano di una strage di innocenti? COSA NE SANNO?"
Daniele rimase inorridito, non tanto per le parole del re, ma per la sua logica.
"Cosa ne sapete voi, di cosa deve fare un sovrano per proteggere il suo paese? Il re è il capo supremo di un popolo e come tale è responsabile della sua sicurezza e delle sue colpe. Non è forse così? Dimmi Daniele, non è forse questo il punto?"
"Io non posso comprendere. Però so che, anche senza approvarle, non posso giudicare le scelte fatte dal mio re, perché non so quali siano state le sue e quali egli sia stato costretto a prendere. Io sono qui solo per servire il mio signore."
Erode tornò ad osservarlo, sembrava più sereno. Forse capire di avere a che fare con un uomo onesto gli aveva ridato un po' di forza.
"Daniele...porterò con me il tuo nome. Ora scrivi!"
Lo scriba fu pronto con il pennino sulla tavoletta d'argilla.
"Io, Erode Ascalonita...Erode il Grande, re di Giudea per volontà del Principe Cesare Ottaviano Augusto, dichiaro mi figlio Erode Archelao principe ereditario e re di Giudea e Samaria, mio figlio Erode Antipa riceva in eredità il dominio di Galilea e Perea su cui regnerà con il titolo di Tetrarca. Stesso titolo e stesse priorità trasmetto a mio figlio Erode Filippo che avrà così potere su Iturea, Batanea e su tutti i territori circostanti che fanno oggi parte del mio regno. I miei figli avranno così questa eredità che comprende la divisione del mio regno e del potere che essi eserciteranno a condizione che essi giurino al Principe Cesare Ottaviano Augusto, Primo Cittadino della Repubblica Romana e Imperatore, la stessa fedeltà che io ho mostrato lui, nella speranza che egli approvi questo mio testamento in quanto protettore del nostro paese. Questa è la mia volontà. Hai scritto?"
"Ho scritto mio re."
"Allora riportalo su una pergamena e sbrigati. Non ho ancora molto tempo per firmare."
Daniele eseguì il suo compito giurando solennemente di non dimenticare e di non giudicare mai più quel uomo, il suo re, Erode il Grande.

giovedì 8 dicembre 2016

Auguri Lettor

Non voglio raccontare delle storie, non voglio fantasticare o improvvisare. Lettor oggi ti voglio solo augurare un buon giorno dell'Immacolata. È un giorno molto importante, ci ricorda qualcosa di prezioso. Il dogma dell'Immacolata Concezione che mantenne Maria preservata dal peccato originale. La Chiesa Cattolica indica questa solennità come il principio della salvezza per tutta l'Umanità.  Questo evento è fatto per ricordare l'identità e la dignità della nostra civiltà molto più grande, dignitosa e nobile di quanto l'ignoranza voglia far credere.
Questo non è solo un ponte, è un'identità.
Buon ponte Lettor!
La storia continua domani.