martedì 31 ottobre 2017

Halloween, tra storie e rape

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Halloween, la Notte delle Streghe, la “serata del dolcetto o scherzetto”, delle zucche e dei costumi da mostri. Ormai è da molto tempo che questa festa ha fatto prepotentemente ingresso nei nostri calendari, eppure ancora non si riesce a comprendere esattamente cosa sia.

Il suo nome deriva dal termine “All Hallow’s Eve” (Notte di Tutti i Sacri), ma esistono moltissime ipotesi a questo proposito.

La festa di Halloween, per come la conosciamo oggi, è il risultato di un lungo processo di fusione, evoluzione e mutazione di diverse festività antiche. Essa è legata al mondo dell’occulto e della morte, infatti nero, viola e arancione sono i suoi colori più tipici, tutti associati piuttosto spesso con l’oscurità e l’Oltretomba. 

Questa festa permea il mondo anglosassone, ma non tutti sono concordi nel trovare in essa le sue radici, è possibile che anche il mondo latino abbia dato il suo contributo alla nascita di questa festività.


ORIGINI


Senza dubbio i Celti sono coloro che hanno tramandato il ceppo originale della moderna Halloween, specie attraverso la celebrazione di Samhain. Questa festa ha origine nelle isole britanniche presso i Gaeli, antenati degli Scotti e degli Irlandesi; il nome di questa festività significa “Fine dell’Estate”, certe volte è chiamata anche “Capodanno Celtico” e in gaelico  moderno indica il mese di Novembre.Lo Samhain si celebra tradizionalmente il 31 ottobre e il 1 novembre. La civiltà celtica ha una visione ciclica del tempo, basata sulle fasi lunari e sui tempi dell’agricoltura; la conclusione dei raccolti e la preparazione del terreno per l’inverno erano rispettivamente la fine e l’inizio del nuovo anno.

Essendo lo Samhain il giorno di mezzo a questi momenti, esso era esterno alla normale dimensione temporale e quindi il momento in cui il confine tra i mondi si spezzava permettendo che spiriti di altre dimensioni visitassero la realtà degli uomini, radunandosi intorno ai grandi falò che venivano accesi nei villaggi per la celebrazione. Anche in epoca cristiana questo era un periodo gioioso poiché permetteva ai vivi di mettersi in contatto con i loro cari defunti.

Alcuni studiosi hanno trovato delle festività tipiche della civiltà romana, prima tra tutte le Parentalia. Erano queste delle feste, o meglio un periodo di rituali, che a Roma venivano celebrati in maniera privata e intima, in cui ogni famiglia onorava i suoi parenti defunti. Questo periodo si svolgeva dal 13 al 21 febbraio, giorno dei Feralia, la festa dedicata ai morti divinizzati di tutte le famiglie romane (i Mani), con una grande celebrazione pubblica. Per certi versi era  molto simile alla festa di Ognissanti che Papa Gregorio VI fissò a novembre durante l’anno 840.

Altro elemento romano ricollegabile ad Halloween è il culto di Pomona, la dea della frutta, dell’olivo e della vite. 

 Era una divinità dell’agricoltura a cui era dedicato un bosco, il Pomonal, vicino a Castel Porziano (RO), non si conoscono feste in onore di questa dea, alcuni ipotizzano che fossero mobili, che si spostassero in base alla maturazione dei frutteti. La dea avrebbe la tutela del mese di Settembre, quando i frutti maturano, interessante è la descrizione che Ovidio fa di Pomona, ponendole una falce nella mano destra. 

È superfluo dire che moltissime sono le tradizioni e gli archetipi di diversi popoli che potrebbero aver dato un contributo all’origine di Halloween o che mostrano delle similitudini con questa festa. Le feste celtiche e latine appena elencate hanno in comune: la celebrazione della fine dei raccolti e la preparazione dei campi per l’inverno, tipici di popoli con uno strettissimo legame con l’agricoltura e la possibilità di mettersi in contatto con i defunti, gli avi della propria famiglia, nel bene e nel male. 


LA LANTERNA PER GUIDARE I MORTI


Il nome della festa, anche questo è un mistero in realtà. Renato Cortesi trova un collegamento con il verbo inglese “to hollow” (scavare), riallacciandosi alla tradizione di scavare delle lanterne in particolari ortaggi.

Durante questa notte i morti camminano nel buio del Purgatorio in cerca di una via per uscire e raggiungere il Paradiso. I vivi devono aiutarli e per farlo realizzano delle torce, scavando un foro  in un ortaggio abbastanza grande da metterci una candela la cui luce dovrebbe guidare il defunto verso la retta via.

State pensando alle zucche con il ghigno non è vero? 

Comprensibile, ma sbagliato!

 

In Irlanda e in Scozia erano le rape i contenitori usati come lanterne, quando i coloni irlandesi importarono questa tradizione nelle Americhe trovarono un terreno ostile alla loro coltivazione tradizionale, così furono costretti a ricorrere alla zucca, originaria del Nuovo Mondo. Ecco come quest’ortaggio divenne il simbolo di Halloween.

Ma da cosa deriva la tradizione della torcia scavata nella rapa/zucca? Moltissime fonti raccontano una leggenda, la versione più conosciuta è quella di Jack e della sua lanterna (Jack O Lantern). Un uomo che ingannò il Diavolo ottenendo solo una condanna eterna.


DOLCETTO O SCHERZETTO?


In questa notte i bambini camminano per le strade, mascherati da mostri, demoni e da qualunque cosa possa spaventare o divertire, bussano alle porte delle case e chiedono un dolcetto minacciando uno scherzetto in caso di rifiuto, la filastrocca completa da cui deriva questa formula è "Trick or treat, smell my feet, give me something good to eat". Questa tradizione sembra risalire al Medioevo britannico in cui, nella notte di Ognissanti, i poveri andavano a bussare alle case dei ricchi chiedendo l’elemosina in cambio di preghiere per i defunti della famiglia, necessarie per guidare le anime fuori dal Purgatorio e accelerare la loro ascesa la Paradiso (un concetto ripreso anche da Dante nella cantica del Purgatorio). Meglio non provare a rifiutare, sfortuna a chi i morti fa arrabbiare.


I COSTUMI


Perché ci si traveste ad Halloween? Nei Paesi anglofoni si parla di travestimenti e fenomeni simili sin dal XVI secolo, anche se non tutti sono riconducibili alla storia di Halloween. I costumi si usavano soprattutto in Scozia e in Irlanda e sono legati alla convinzione che i morti e i demoni possono camminare per il mondo in questa notte ed è bene nascondersi e sembrare come loro. Il 1911 è il primo anno in cui vennero documentati, negli Stati Uniti, dei bambini che camminavano per le strade travestiti in maniera piuttosto macabra. Nell’ultimo secolo questo fenomeno si è diffuso in tutto il mondo, creando una vera e propria industria intorno a questi costumi e alla loro produzione. 


Questa festa, la sua storia, la sua tradizione e il suo perché ha origini antichissime, tanto che nessuno può dire con certezza quando e dove sia iniziata davvero. È stata diffusa da pellegrini e guerrieri, da santi e da pagani, ma l’importante è il significato che ognuno ci trova: divertimento, rigenerazione, pace per i defunti, fuga dal mondo della morte.

Per concludere ecco la storia che, secondo alcuni, ha dato origine a questa tradizione: la vicenda di un uomo che ingannò il Diavolo due volte per poi scavare (hollowing) una lanterna in una rapa, andando a vagare per sempre.


LA LANTERNA DI JACK


Jack, un fabbro irlandese, era noto per essere avido, ubriacone, crudele, il peccatore per antonomasia. Una sera, la vigilia di Ognissanti, si stava dirigendo alla locanda del suo villaggio, infischiandosene della sacralità di quella notte, quando udì un rumore di zoccoli, ma non c’erano cavalieri o carri per la strada, solo un uomo che veniva da est, una figura incappucciata.

“Salve Jack” lo salutò lo sconosciuto con una voce sottile ma dall’aria divertita.

“Chi sei?” chiese il fabbro.

“Il tuo ultimo incontro.”

“Che diavolo vuol dire?”

Non poteva pronunciare parole più adatte; lo straniero si tolse il cappuccio rivelando un volto talmente spaventoso da non poter essere descritto. Buio, dolore, paura, solo così si può definire quell’essere.

“Tu… tu… tu sei…”

“Ho tantissimi nomi- rispose lo straniero- il tuo popolo mi definisce Diavolo.”

“Che cosa vuoi da me?”

“Solo te! Hai vissuto una vita di vizi, peccato e arroganza. Questa vita finisce qui e io sono venuto per portarti all’Inferno.”

Jack, per quanto terrorizzato, decise di non cedere così facilmente e di battersi contro quel destino.

“Diavolo, potresti trasformarti in una moneta per favore?”

“E perché?”

“Così potrò pagarmi un’ultima bevuta prima di andare all’Inferno. Sarà più facile andarci da ubriaco.”

Il Diavolo accettò, in effetti l’ultimo desiderio di un condannato non si nega mai. Appena si fu trasformato in una moneta Jack mise il Diavolo in una tasca, accanto alla croce d’argento che gli aveva regalato sua madre.

“Maledetto! Che hai fatto?”

“Qual è il problema? Andiamo all’osteria e facciamoci una bella festa testa di rapa!”

“La rapa sarà la tua sola consolazione, lo prometto! Fammi uscire!”

“Non dovresti essere il re dell’Inferno? Il padre di tutta la stregoneria? Esci da solo dalla mia tasca!”

“Soffrirai per questo!”

“Non finché sarai accanto ad una croce, so bene che non hai potere vicino a quel simbolo. Ma io sono un tipo ragionevole: fammi un’offerta, altrimenti resterai una moneta per sempre!”

Il Diavolo sembrò ringhiare, ma non aveva scelta.

“Ti offro altri dieci anni. Lasciami andare e vivrai altri dieci anni!”

“Affare fatto” disse Jack estraendo la moneta e gettandola nel terreno. Non vide cosa corse via, ma quell’orrore era fuggito.

Dieci anni dopo la condotta di Jack non era cambiata, anzi se possibile era addirittura peggiorata. Quando il Diavolo riapparve per reclamare l’anima del fabbro questi rivendicò il diritto ad un ultimo desiderio.

“Cosa vuoi questa volta?”

“Prendimi una bella mela matura, dopo che l’avrò mangiata verrò con te.” 

“Ma dovrai mangiarla subito!”

Il Diavolo salì su un grande melo, ma non riuscì a scendere, qualcosa lo bloccava. 

“Maledetto, hai inciso una croce sul tronco!” gridò il Diavolo.

“E adesso dovrai stare lassù fino alla fine dei tempi” disse Jack divertito.

“Fammi scendere… cancella quella croce, subito!”

“Ad una condizione.”

“Altri dieci anni? Guarda che così peggiorerai le pene che ti aspettano nell’Abisso!”

“Appunto, questo è il mio prezzo: rendimi libero per sempre. Se giuri che non andrò mai all’Inferno io cancello la croce e ti lascio andare.”

Il Diavolo accettò il patto e venne liberato. Ma nemmeno i più furbi possono giocare la morte e la vita di Jack finì.

I peccati del vecchio fabbro erano così gravi che gli venne negato l’ingresso in Paradiso, così si recò ai cancelli dell’Inferno.

“Salve” disse il Diavolo dall’interno.

“Alla fine sono venuto qui, penso che avrò quelle punizioni dopotutto” disse Jack. 

“Non credo proprio! Avevamo un patto; tu hai cancellato la croce che mi bloccava sul melo e io non ti farò mai entrare all’Inferno.”

“Ma non mi fanno entrare in Paradiso.”

“Lo credo bene, sei uno dei peccatori più efferati che abbia mai conosciuto, ma qui non entrerai mai. Un patto è un patto.”

“E dove andrò allora?”

“A vagare per sempre e ora vattene!”

“Vuoi dire che non vuoi punirmi per averti ingannato?”

“Saperti senza meta per sempre sarà una bella soddisfazione” disse il Diavolo.

“Ma qui fuori fa freddo ed è buio… non posso essere lasciato qua a vagare per sempre.”

Il Diavolo lanciò un tizzone ardente sulla radura accanto a Jack che lo raccolse, intagliò una lanterna in una rapa e vi collocò la fiammella infernale che iniziò a fare luce. Jack iniziò così a vagare per il mondo in cerca di un posto caldo dove riposare.

Sta ancora cercando e cammina con la rapa ad illuminargli la via. 


sabato 8 luglio 2017

Il costruttore di un mondo antico e nuovo

Lettor oggi ti parlo di don Vasco da Gama, un grande uomo per il Portogallo e l'Europa, colui che ricostruì gli antichi contatti tra l'Occidente e l'Asia. 
Questo esploratore portoghese era il conte di Vidigueira e viceré delle Indie Orientali in nome del Re del Portogallo e della Cristianità europea.

L'8 luglio del 1497, a bordo della San Gabriele, scortato dalla San Raffaele del capitano Nicolao Coelho e dalla Santa Fé, nave da carico comandata da Paulo da Gama, fratello di Vasco. Quello era il viaggio che avrebbe reso il conte da Gama il primo Europeo a raggiungere l'India circumnavigando l'Africa.
Già molto tempo prima di quel viaggio Vasco da Gama aveva fatto moltissimi viaggi in Africa, aggregandosi agli esploratori portoghesi e spagnoli, imparando tantissimo e preparandosi a compiere un'impresa straordinaria.
Circumnavigare l'Africa non fu una missione nata per orgoglio, ma per necessità. I mercati europei erano sottoposti ad una gravissima crisi causata dalla caduta dell'Impero Romano d'Oriente sostituito dallo Stato dei Turchi Ottomani che si stava espandendo ferocemente in tutti i territori intorno al Mediterraneo orientale.
Quindi le vie d'Oriente erano completamente chiuse da Turchi e Arabi che pretendevano pesanti tributi per il passaggio delle spezie e di altre mercanzie che non erano presenti nelle terre europee poco fertili rispetto al resto del mondo conosciuto.
Per necessità quindi l'Europa iniziò quella serie di esplorazioni e colonizzazioni che la resero nuovamente la potenza dominatrice del mondo.
Il viaggio di Vasco da Gama durò più di un anno ed egli ebbe la brillante idea di allontanarsi dalle sicure coste dei continenti per sfruttare i venti favorevoli, così i Portoghesi arrivarono al Capo di Buona Speranza, nell'estremo sud del continente africano per poi aggirarlo e dirigersi verso l'India.
Già in passato i Romani avevano contatti commerciali e ambasciatori in India, specie presso il re di Goa che, all'epoca dell'Imperatore Marco Aurelio, era definito un simpatico e gentile amico di Roma. Attraverso quei contatti l'Impero aveva contatti e dialoghi anche con la Cina degli Han.
Era il 20 maggio del 1498 quando Vasco da Gama sbarcò nella città di Kozhikode (Calicut), dove stabilì contatti commerciali con lo Zamorin, il sovrano della città, nonostante l'opposizione e i numerosi tentativi di sabotaggio da parte dei mercanti arabi che non volevano il progresso dell'Occidente che avrebbe minato i loro enormi guadagni. Sfruttando le concorrenze tra i diversi mercanti arabi e hindi, tra regni e sultanati, Vasco da Gama riuscì a stabilire un insediamento commerciale tra Goa, Mombasa, Melindi e Kozhikode, che sarebbero state le prime basi della futura dominazione europea in quei continenti.
Fu durante l'8 di luglio, Lettor, che iniziò quel periodo di progresso ed espansione, nato dalla necessità e dalla paura, senza la quale non avremmo dimostrato il coraggio incarnato da uomini come Vasco da Gama. 



martedì 4 luglio 2017

Il messaggio dal Cielo

Lettor, nel mese dedicato al grande Giulio Cesare, tanti grandi eventi sono avvenuti: nazioni sono sorte, domini universali crollati e le stelle hanno parlato agli uomini dicendo “sorpresa!”

Un esempio ci arriva dal 4 luglio del 1054 da una Cina divisa tra le dinastie Song, Liao, Jīn e Xia occidentali. Malgrado la divisione della grande patria i Cinesi non smettevano di essere tra i popoli più progrediti del mondo e osservarono un fenomeno incredibile: una grande esplosione nel cielo, un evento rarissimo e molto difficile da documentare. Nella costellazione del Toro una stella aveva terminato il suo ciclo ed era esplosa in supernova, le cronache dell’epoca dicono che la luce del fenomeno fu visibile per diversi mesi. 

Nel 1731 il medico e astronomo John Bevis scoprì che da quella supernova si era originata quella che definì Nebulosa del Granchio, corpo spaziale NGC 1952. 

Vasta 6 anni luce e distante circa 6.500 anni luce dal Sistema Solare, essa è in continua espansione e mostra al suo centro esatto una stella di neutroni, una pulsar che ruota su sé stessa compiendo 30 giri al secondo e bombardando lo spazio circostante con letali fasci di radiazioni, uno dei fenomeni astronomici più devastanti che si conosca, ma anche fonte di nuove materie prime, nuovi elementi creati dalla fusione nucleare avvenuta nella stella nelle fasi finali della sua esistenza e che la sua esplosione sta ancora espandendo verso nuovi sistemi e nuovi mondi. Ti rendi conto Lettor? Un fenomeno come questo ha sparso nel cosmo, in attesa di essere raccolti e ordinati, tutti gli elementi esistenti nel nostro mondo: il silicio delle nostre montagne, l’ossigeno della nostra acqua, il tungsteno del dispositivo con cui stai leggendo questo post, il calcio delle tue ossa, il carbonio della tua carne. Fusione ed esplosione che rende possibile la creazione Lettor. Splendido non è vero?

Parlando di Creazione il 4 luglio del 2012 Lettor, venne fatto un grande annuncio. Dopo averlo teorizzato nel 1964 lo scienziato Peter Ware Higgs e altri Titani della fisica teorizzarono l’esistenza di un campo scalare che permea l’intero spazio vuoto dell’universo contemporaneamente, il bosone di Higgs veniva indicato come la particella elementare, un bosone massivo e scalare capace di determinare la massa di ogni particella e quindi di rendere possibile l‘unitarietà probabilistica. In parole povere questa particella spiega come possono le particelle e quindi la materia unirsi e formare il cosmo che conosciamo.

L’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra ha dimostrato l’esistenza di questa particella dopo anni di fatiche e un’impresa straordinaria di fisica, matematica e fede. Era il 4 luglio quando Higgs ha visto che aveva ragione. 

Buon 4 luglio Lettor e ben tornato.

mercoledì 17 maggio 2017

Il Re Immortale

Tutti i suoi parenti gli stavano intorno, osservandolo sconvolti e senza parole davanti al Sole che tramontava. Sdraiato tra la seta e l'oro lui li osservava, dopo aver regnato su di loro per tutta la vita loro, dei loro padri e dei loro nonni. Come avrebbero fatto senza di lui? Come avrebbero fatto a sopravvivere? Come avrebbe fatto la Francia senza un Sole.
Sapeva che il suo bisnipote, l'erede designato, aveva solo cinque anni, proprio come lui quando suo padre era morto ed era diventato il quarantaquattresimo re di quella nazione che aveva reso la più splendida del mondo. Gli venne da sorridere al pensiero di quel bambino che stava per iniziare la sua stessa avventura, da piangere per quello che lo aspettava e da pregare per il suo bene.
Luigi il Grande, XIV del suo nome, Re Sole sovrano della Francia ripensò a quando suo padre era morto molto tempo prima, o almeno al poco che riusciva a ricordare di quel periodo. Aveva appena cinque anni quando il tredicesimo Luigi era morto lasciando alla sua regina e al cardinale Mazzarino l'onore di una lunga reggenza fino alla sua maggiore età.
Luigi crebbe così al sicuro, con la sua amata madre ad insegnargli tutto quello che era necessario per essere il capo del propio popolo. Già da bambino sapeva che aveva pochissime persone di cui fidarsi, tra cui suo fratello Filippo... caro Filippo. Se solo fossero rimasti solo fratelli. Almeno era il sangue di entrambi a scorrere nelle vene del futuro re.
Il re sperò che il nuovo Luigi fosse forte come aveva dovuto esserlo lui. Sin da bambino era quasi annegato, malato, punzecchiato ed aveva già ricevuto l'estrema unzione diverse volte, decenni prima di quella sera di settembre. Eppure aveva resistito, poiché sapeva di essere la Francia e come lui, durante il suo regno, la Francia era sopravvissuta e aveva sconfitto i suoi nemici diventando più grande che mai.
Di tutte le opere di cui era fiero, la sconfitta della Fronda era quella che lo rassicurava di più per il futuro, con difficoltà era riuscito a far tramontare i privilegi degli aristocratici e a far sì che il merito e il talento fossero i caratteri dei capi dello Stato invece dei meriti degli avi e il denaro nei forzieri. Aveva preso questa decisione dopo aver visto, con i suoi occhi, la miseria che regnava a Parigi e tra i suoi abitanti. Aveva cacciato i protestanti dalla sua terra e i Tedeschi non erano riusciti a piegarlo, nemmeno quei voltagabbana degli Inglesi. Quanto lo avevano tormentato quei pirati.
Eppure aveva vinto, sia contro gli stranieri che contro i traditori e aveva ribadito che il re è il vertice del popolo, il suo rappresentante, il responsabile delle sue azioni, il solo in grado di garantire ordine e prosperità. Luigi era diventato dunque il Sole, unico astro per i Francesi non più costretti a seguire ogni singolo barone e i suoi ricatti. Ma erano ancora potenti e sarebbero rimasti pericolosi se non avessero capito. Doveva allontanarli dalla capitale, bisognava liberare Parigi. Ma come?
Il giovane Luigi si era allora ricordato di Pierre, quel giardiniere sempliciotto ma gentile che salvava sempre la regina madre, il re bambino e suo fratello dalle vespe che tanto spaventavano il piccolo Filippo. 
"Un bicchiere di vino, per noi è di pessima qualità, ma per loro ha un odore dolce e buono. Lo mettiamo qui e, senza costringerle e cacciarle, loro andranno nella coppa e saranno talmente ubriache che non ronzeranno più intorno a Vostra Maestà!"
Ovviamente non veniva mostrato ai bambini cosa accadeva alle vespe, ma funzionava. 
Così Luigi XIV decise di farsi costruire una reggia grandiosa, come non si erano mai viste. Un palazzo degno del suo imperiale antenato Carlo Magno e dei suoi predecessori Augusti.
La fece realizzare fuori da Parigi, circa mezza giornata a cavallo, ci vollero anni ma alla fine il Re Sole ebbe il suo Olimpo su cui ora stava angosciando il mondo. Probabilmente molti si aspettavano di vederlo guarire miracolosamente come quando a trent'anni era quasi morto per dell'acqua contaminata. 
Non quel giorno purtroppo.
Era fiero di quel castello ricco di fontane in cui aveva attirato quelle vespe degli aristocratici, aprendo il cantiere e il castello alle visite di tutti i nobili e i cittadini comuni. Tutti i servi, i soldati, i nobili, gli stranieri e i monarchi dovevano sapere che la Francia aveva un grande re, che Luigi era la Francia.
"Lo Stato sono io!" disse ancora. Nessuno poteva dargli torto.
Aveva fatto sì che il re fosse davvero il centro del potere, Parigi era al sicuro perché i nobili e la corte vivevano relegati in una prigione d'oro fuori dalla capitale. 
Era per la Francia, aveva fatto tutto sempre e solo per la Francia. 
Voleva renderla più bella e lo aveva fatto. Perché non avrebbe dovuto visto che poteva?
"Chi ha il potere di rendere tutto più bello deve sempre farlo- gli aveva detto qualcuno- e se non lo fa il re, chi lo può fare?"
Un dolore alla pancia, Luigi si destò.
Non stava soffrendo, era solo stanco. Aveva detto chiaramente che voleva essere salutato con il rito cattolico e aveva già confessato. Non aveva avuto la forza di essere povero e umile, ma aveva fatto esattamente ciò per cui era nato, ciò per cui Dio lo aveva fatto re di Francia.
Intorno a lui piangevano: parenti, amici, membri della corte. Tutte persone protagoniste di quel mondo barocco di giardini, fontane, titoli, arte e progresso che aveva creato e reso bellissimo. Sembravano convinti che, se fosse morto davvero, il mondo sarebbe piombato nel buio e nella rovina più totale. Come se, dopo di lui, sarebbe venuto il Diluvio.
Gli fecero pena. Non avevano capito cos'era necessario fare per salvare il mondo dalle epoche più oscure.
Magari Dio lo avrebbe fatto capire al nuovo Luigi, poteva solo sperarlo. Ma quel pianto, quelle smorfie lo avevano stancato.
"Ma perché piangete? Cosa credevate? Che i re fossero immortali?"
Non lo disse con cattiveria ma con dolcezza, come un padre che spiega ai figli che dopo la notte sorge sempre una nuova alba.
Era un uomo forte, anche dopo più di settant'anni da re non abbandonava il suo ruolo di mecenate e padre di ogni Francese. Diede le sue ultime disposizioni con calma, augurò una buonanotte a tutti e fece dire al piccolo Luigi XV di non divertirsi troppo e di far sempre vedere a tutti com'era bella la sua Versailles.

Questo Sole è tramontato Lettor, aspettiamo che ne sorga un altro.

venerdì 28 aprile 2017

Otone, Imperatore dei Quattro



Lettor oggi è il compleanno di un uomo che fu fortunato e scellerato allo stesso tempo: Marco Salvio Otone Cesare Augusto. 
Nato in questo giorno del 32 d.C., grazie alle grandi capacità militari e politiche divenne presto una figura importante dell'Impero Romano in piena età Giulio- Claudia. Otone era il discendente di una nobile famiglia etrusca e già questo era sufficiente per essere particolarmente rispettati nella società romana.

Otone, con la sua lealtà, la sua abilità e il suo retaggio divenne presto amico dell'Imperatore Nerone, sotto il cui principato si svolse la maggior parte della sua vita pubblica. Ad un certo punto l'Imperatore fece una richiesta insostenibile per il generale: Nerone chiese ad Otone di divorziare da sua moglie Poppea per poterla sposare. Al suo rifiuto Otone venne esiliato a governare la Lusitania. Quando poi venne l'anno 69 d.C. Il generale si ritrovò nel mezzo di una delle più grandi crisi nella storia dell'Impero che diede al 69 il titolo di "anno dei quattro Imperatori".
Appoggiò il governatore Galba nella sua rivolta contro Nerone contribuendo alla sua ascesa al Soglio Imperiale. Quando però il nuovo Princeps si inimicò i pretoriani e molti membri del Senato, l'ambizioso Otone mise in atto un colpo di Stato, mettendo a frutto i sostegni, i contatti, le alleanze e i meriti guadagnati in tanti anni di fatica diventando Imperatore di Roma il 15 gennaio del 69. Rimase tale fino al 16 aprile delllo stesso anno. Purtroppo per lui, in quel periodo, un altro grande membro del popolo romano, l'illustre Vitellio, si proclamò Imperatore e iniziò una vera e propria guerra civile. Otone tentò di stringere un'alleanza con il rivale, arrivando persino a proporgli di diventare suo genero e di governare l'Impero con lui, ma fu inutile e la guerra successiva si concluse con la sconfitta di Otone che si suicidò per porre fine alla guerra che aveva già mietuto troppi Romani. Vitellio avrebbe pagato poco tempo dopo, quando dall'Oriente sarebbe arrivato un generale ben più forte di Otone e molto più ispirato dell'usurpatore: Tito Flavio Vespasiano.
Diciamo dunque buon compleanno all'Imperatore che fu debole nella vita e nobilissimo nella morte.

venerdì 21 aprile 2017

Dies Natalis

Lettor oggi è il 21 aprile, anniversario di quando Romolo, figlio di Marte, tracciò il pomerio. Si trattava del solco sacro che delimitavano le mura della nuova città.
In principio Romolo e Remo erano in disaccordo perché il primo voleva fondare la città sul colle Palatino, dove la lupa li aveva accuditi, l'altro invece voleva usare come base l'Aventino. Oltre a ciò solo uno di loro poteva essere il re e scegliere il nome della città. Quando Romolo vinse la sfida iniziò a tracciare il solco della nuova capitale del mondo a cui Giove aveva promesso un Impero senza fine.
Remo violò il pomerio dimostrando disprezzo e slealtà verso il fratello e disprezzo verso le leggi più sacre di quel mondo e meritando così di essere giustiziato dal fratello.
Così Romolo divenne il primo re della Città Eterna, fondata dai discendenti di Dardano scampati alla guerra di Troia, dai loro parenti Lats, dagli Etruschi, dai Sabini e da membri di moltissime altre nazioni in cerca di una nuova patria. A quei tempi moltissimi popoli fuggivano da qualcosa che non si riesce a comprendere: morte, qualcosa in oriente costringeva molti popoli a fuggire e a cercare una nuova patria che trovarono in Occidente.
Così i discendenti di tantissimi popoli si radunarono e costruirono la città che sarebbe diventata la capitale del Grande Impero.
Sono passati 2770 oggi, da quando Romolo diede inizio a questa storia.
Quante storie sono avvenute, quante sono state raccontate da quando eravamo una tribù di pastori. Lettor sii fiero: appartieni ad una famiglia di popoli che hanno fatto un mondo magnifico e che ne faranno uno migliore. 
Ovunque tu sia, qualunque sia la tua lingua e la tua nazione, ciò che le ha rese realtà è iniziato in questo giorno di 2770 anni fa. 
Buon Natale di Roma Lettor!

domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua

Erano passati tre giorni ormai da quando il Nazzareno era stato crocifisso e seppellito. Rufio, proprio come il suo centurione Longino, non riusciva a togliersi dalla testa l'immagine di quell'uomo che pregava per il perdono dei suoi aguzzini. I suoi commilitoni avevano cercato di consolarlo, vedendo quanto era turbato, però non riuscivano a fargli capire che il mondo non era finito.
"Solo un altro esaltato morto per niente- gli diceva il suo vecchio amico Diogene- non crederai che quell' omuncolo valga più di tutti i nostri fratelli caduti contro i Parti? Almeno loro hanno combattuto per la loro vita."
"Lui però ha lottato per la vita degli altri" diceva Rufio senza smettere di abbassare lo sguardo. 
Sapeva molto bene dove si nascondevano i Dodici e gli altri seguaci del Nazzareno eppure non aveva intenzione di comunicarlo alle guardie del Tempio. Non voleva che cadessero nelle loro mani.
Rufio camminava per la città senza scopo. Longino gli aveva dato qualche giorno per riposare e riprendersi, ma a quale scopo? Se un uomo buono e giusto poteva essere messo a morte così facilmente e nemmeno le autorità di Roma potevano impedirlo, che senso aveva combattere? Per cosa?
Il legionario si ritrovò, senza sapere come ci era arrivato, davanti alla casa in cui si nascondevano i Dodici. Vide in quel momento una donna che bussava nervosa alla porta, le aprì uno dei Dodici. Rufio lì riconobbe entrambi: erano stati sotto la croce quel giorno.
Il legionario osservò con curiosità e cercò di ascoltare, ma non riusciva a sentire cosa si dicevano. Rufio decise di rimanere vicino alla porta, proprio come quella sera in cui il Nazzareno aveva mangiato la Pasqua mandandogli del cibo. Ad un certo punto uno dei discepoli uscì dalla porta, era il più vecchio tra loro, seguito da un altro, quello a cui era stata affidata la madre del Nazzareno. Si misero a correre e Rufio, senza sapere perché, ma desideroso di comprendere, li seguì cercando di non farsi vedere. Ma erano troppo determinati per guardarsi le spalle.
Ad un certo punto Rufio si accorse che i due correvano verso il sepolcro in cui avevano riposto il corpo del Nazzareno. Vide che la pietra posta all'ingresso era stata spostata, i due discepoli entrarono ed esaminarono la grotta per poi uscire con un'aria felice ed estasiata. Si misero di nuovo a correre verso la città senza notare il legionario nascosto dietro uno degli alberi. Appena si furono allontanati Rufio si avvicinò alla grotta. Era molto intimorito; nella sua terra natia, l'Etruria, grandi maledizioni attendevano chiunque avesse violato la tomba di un morto, però in quel luogo non c'era aria di morte. Una brezza leggera dava una bella sensazione e il Sole splendeva senza accaldare o abbagliare. 
Rufio entrò nel sepolcro intimorito ma curioso. Trovò un lungo velo, il sudario del Nazzareno, ma il corpo non c'era. 
Che cosa avevano fatto? Qualcuno lo aveva rubato? Di certo non erano stati quei due che aveva seguito. Ma se non loro, che erano i suoi discepoli più fedeli, chi? E come avevano superato le guardie poste a sorvegliare la porta? Cosa ne avevano fatto delle sue spoglie?
Rufio uscì dal sepolcro guardandosi intorno chiedendosi cosa doveva fare. Avrebbe radunato i suoi uomini e fatto irruzione nella casa dei discepoli del Nazzareno. Avrebbe preteso di sapere cosa stavano facendo.
"Doveva vai?"
Rufio si voltò e vide un uomo alto, vestito di bianco, che gli dava le spalle.
"Lo sai chi è stato?" chiese il legionario.
"A fare cosa?"
"Questo! Hanno profanato questo sepolcro e rubato il corpo che vi era seppellito!"
"Chi c'era seppellito?"
Rufio si voltò e fece per avviarsi verso Gerusalemme.
"Un uomo giusto- disse prima di incamminarsi- un certo Gesù."
"E perché dici che era sepolto lì?"
Rufio si voltò di nuovo e guardò quello strano individuo, anche se voltato aveva la sensazione di conoscerlo.
"Ne ha parlato tutta Gerusalemme. È stato ucciso, messo in croce tre giorni fa. Non lo sapevi?"
"Tutti coloro che conoscono le Sacre Scritture sono consapevoli che il Messia doveva soffrire e morire, come un agnello portato all'altare è sacrificato per il bene di tutti. Tu dovresti sapere che non vi è amore più grande che sacrificarsi per i propri amici. Davanti a questo amore persino la morte non può vincere."
Detto questo quell'uomo si voltò. Rufio fu investito da un lampo di luce prima che scomparisse così com'era apparso.
"Non è possibile..."
Riuscì a pensare solo questo mentre tornava alla caserma dei legionari. Vide il suo centurione Longino che aveva ripreso ad esercitarsi nel cortile, lo salutò e gli si avvicinò.
"Centurione- disse Rufio a Longino- avevi ragione, quel giorno sotto la croce."
Da quel giorno il legionario dell'Impero Romano seppe sempre per cosa valeva la pena sacrificarsi.